1973
Brasilia
Deserte strade: stanchi fari,
di recenti vestigia ultime rovine
(eppur ancor vive la sua prima gente):
luce stracciata Non vedi?
la polvere è muta, il cielo inchiodato.
Blocchi squadrati: cemento, vitree pareti inferriate;
freddo luccicare;
non ciarla nessuno ai balconi;
d’affari silenti i caffé;
Turpe chi guarda
Il sole, chi ama.
Blocchi squadrati: cemento, vitree pareti inferriate;
freddo luccicare;
non ciarla nessuno ai balconi;
d’affari silenti i caffé;
Turpe chi guarda
Il sole, chi ama.

Città
Non è che sola noia,
solitudine, e pur ci vivi:
è tua:
città.
Ricordi di un viso stracciato,
paesaggi di stupida bellezza.
Logorata è la vita;
ma il luccicar del sole
che altrove non è tale –
scintillante sul fronte vetrato
d’un palazzo, e sugli acciai
è tuo.
Ed è la musica al cuore
e a te più cara.
che ti fa perdonare
il tuo viver malato
fra quatto mura aperte.
Amo queste

innumerevoli case
che dite
prigioni,
il vento che soffia fra
canali di miasmi,
e gabbie di cristallo
e luci
e occhi umani
sconosciuti.
Cielo nebbioso
d’un porto derelitto,
semplici accenni
no,
non ritrovi;
trasfigurato,
e nebbia e falsi lumi
più te non fanno.
Per un momento non sei che vapore
immerso nell’acqua:
altro da te.
Qui aveva trovato
era stato, prima:
adesso pur ancora c’è.
Guarda.
Bande di fuoco stremate
nell’estivo tramonto sul porto;
come minute vibrazioni di note
appaiono tremolanti luci
sulle incastellature metalliche
specchiatisi nell’acqua.
Boati, accenni,
sirene.
Parte sordo
e frusciante,
e ara l’acqua
un battello.
Ed egli, dalla mano lasciandolo,
un mazzo di fiori
fa galleggiare nell’acqua.
Forse per una donna
i fiori,
forse da una donna li aveva.
Ora i motori l’hanno assorbito,
aritmici rumori:
sgusciano dal nulla.
Eccomi giunto
su un altissimo Aventino:
chiama una visione d’incanto
d’una sirena il canto
in cui ripongo tutto il mio destino.
Slabbrata la mi a vita tutt’intorno,
altro da me fui reso:
ora son io.
Il Gianicolo il canto
contrappunta ammaliante.
Potrei
– per l’incertezza sferzante –
guardare a ciò che mi distoglie
dal mondo non più mio.
Ma ora portato mi sono
nella gioia d’un mondo vero:
la ragione non v’ha coesione
e la logica è delle storte architetture
che indirizzano la mente all’Eldorado.
Eppure è più forte
il vero irreale:
l’alterità razionale
che infrange il sogno
al bimbo.
Perceval 1
d’un porto derelitto,
semplici accenni
no,
non ritrovi;
trasfigurato,
e nebbia e falsi lumi
più te non fanno.
Per un momento non sei che vapore
immerso nell’acqua:
altro da te.
Qui aveva trovato
era stato, prima:
adesso pur ancora c’è.
Guarda.
Bande di fuoco stremate
nell’estivo tramonto sul porto;
come minute vibrazioni di note
appaiono tremolanti luci
sulle incastellature metalliche
specchiatisi nell’acqua.
Boati, accenni,
sirene.
Parte sordo
e frusciante,
e ara l’acqua
un battello.
Ed egli, dalla mano lasciandolo,
un mazzo di fiori
fa galleggiare nell’acqua.
Forse per una donna
i fiori,
forse da una donna li aveva.
Ora i motori l’hanno assorbito,
aritmici rumori:
sgusciano dal nulla.
Eccomi giunto
su un altissimo Aventino:
chiama una visione d’incanto
d’una sirena il canto
in cui ripongo tutto il mio destino.
Slabbrata la mi a vita tutt’intorno,
altro da me fui reso:
ora son io.
Il Gianicolo il canto
contrappunta ammaliante.
Potrei
– per l’incertezza sferzante –
guardare a ciò che mi distoglie
dal mondo non più mio.
Ma ora portato mi sono
nella gioia d’un mondo vero:
la ragione non v’ha coesione
e la logica è delle storte architetture
che indirizzano la mente all’Eldorado.
Eppure è più forte
il vero irreale:
l’alterità razionale
che infrange il sogno
al bimbo.
Perceval 1

Se ne andò per seguir la sua illusione;
non provocò che danni intorno a sé,
morì la madre per il gran dolore
di vederlo partire alla ventura;
e mentre egli lasciava la foresta,
desolata,
indietro non si volse per verla
morire.
Ma senza sogni di brama d’illusioni
avrebbe mai potuto rischiarare
la mente, la colpa sua comprendere
e, dopo l’impotente sicumera
delle sue gesta invano prodigiose,
quasi uno scherno inconsueto ormai,
comprendere l’amore universale?
Perceval 2
Assiso sopra l’ultima illusione
ch’era incrollabile come una fortezza
giocò l’ultima carta e fu perdente:
fu Dio che lo tentò.
Però salvezza ancora gli pervenne,
nella sua mente ormai dischiusa al vero,
da un’illusione sicura ed esaustiva:
la certezza nell’ultima certezza.
Nella foresta bretone alla luce
del chiaro plenilunio metafisico
stanno pensosi e fissi i cavalieri
erranti sulle pene della vita.
Sono coi fili stenti i lor pensieri
di certezza intessuti su un magnifico
incanto dove il dilemma si produce.
Loro ricorre di visione altera
l’ombra che audace supera la sfera
degli intrusi argomenti ed abusati.
Ascoltiamo d’intorno,
ormai quietati, i fischi
e le sirene che s’accennano,
in quest’angolo di porto
derelitto e sereno;
e ritmano con canone serrato
– melodia –
l’esausta fantasia che ci risparmia
d’intraprendere il viaggio trepidato
e, nell’attesa che si rinnovella,
ancor più vero scorto.
Nella sera, che fra la nebbia afosa
presto cala,
tremolanti s’illuminano fioche
le luci in contrappunto calcolato
nel sapere che una bussola non serve
– vano strumento di naufragio certo –
per seguire una rotta, ad occhi chiusi,
sulla banchina dell’estremo molo.
Stare vorremmo assorti nel cercare,
in un’attesa che lieta si prolunga,
l’attimo vero che il tramonto estivo
con la tremula brezza forse reca.
All’ora del crepuscolo
ancora reiterato
muore ogni volta la speranza
della ragione illusa
superfluamente invitta.
A noi giungono voci deliranti:
scandiscono ch tempo non è questo
per le stupide ciance che dal cuore
insorgono;
essere avvinti noi vogliamo solo
dalla panchina dell’antica piazza
dove giunge e stupisce con mistero,
nuovo sempre ed usato,
l’alito dolce della sciocca vita
bastante a chi ha vinto una scommessa
con il proprio suadente disinganno.
Non ama la gente
le facili parole
che parlano sicure
all’uomo inesistente
e inesistibile;
la formula incontrovertibile
delle certezze apodittiche
le verità apocalittiche
dell’incomprensibile futuro
che impera da un foglietto
gualcibile.
OGGETTO POETICO
(incipit) a brandelli/per un (fra)intendimento organizzato
Esperito straniamento di un idiodialetto
Certo io dico per abbandonarsi
poco ci vuole e l’occasione si presta
(hallo, chi parla?)
Non manca l’ora propizia
Della spiaggia dorata al tramonto
(sì, quest’ “ultimo” verso ci piace l’abbiamo
già visto al neon l’altra sera)
e invero c’è pure un motivo
non privo
di ragione per preferire di scantonare
al meccanico raziocinare:
ma tuttavia
(ci aveva già divertito col parlare
Paradossale, ed anche commosso e fatto
pensare)
/ma dunque per giove dicevo
che/ non può essere la soluzione
condursi come se questa sia data
per sempre/ ma cribbio, se una
metafora in rima imp-o/a-stassi a costoro,
sicuro: starebbero buoni
per un po’ (enjambement)
ad ascoltare l’intendimento/
e infatti fu un attimo che
didtratti si volserto ad un
«accorriamo tutti quanti,
tutti in fila, tutti lesti…»
dove e quando non lo so
(sss….! Pregasi far tacere l’intruso,
lo stamapatello: il dialogo è a due)
e quindi non i paesaggi, le vele, le lune
però tuttavia …. allora che cosa?
Ma certo comunque potrebbe colpire
nel segno anche arrivare con efficacia
ad un grigio di città che amiamo
sotto i portici brillanti specialmente
dove la vita si produce
e dove possiamo più essere noi,
poiché questo, chiunque sta fuori la sera
conosce e – credo – non ne sia indifferente
se poi, qui giunto, gli dico che
(cioè dice … ma perché?
lo intravediamo, sì, nelle piazze,
avantieri lui stava sulla spiaggia
di un mare tremolante,
ma il ricevitore staccammo, era tardi
per sintonizzarci per recuperare un trasmettere
disturbato ormai da(l) tempo)
ci si potrebbe ancora salvare nel
riconsiderare
questi assurdi – che essi dicono –
palazzi ma pur casa loro, città, in ogni caso
riconsiderare
(sì il riconsiderare è sottolineabile
Visto che
glossa ma di chi? –
fin qui c’era sfuggita
una certa virgola di vita,
ma non troppo sottili dobbiamo starcene
infatti non tutto sta qui)
riappare notando sul foglio trasmittente
è questa un’alterità – glossa bis –
che s’impone
(e imporsi potrebbe se … insomma nel caso
in cui, … cioè in certi casi)
s’imporr – potr – ebbe/dal come dipende
e da chi
(sì insomma, ne siamo convinti,
sì, in certro modo: nel grigio s’impone
riconsiderare un’alterità)
era quasi afasia ma restavano
briciole d’onde magnetiche
che s’intessevano pur sempre in permanenza
fra corpuscoli di per sé indifferenti
ma ricercabili e di nuovo fruibili.
Commedia da recitarsi
In quanti atti si voglia
è ben chiaro –
nelle piazzeditalia
sui sunset boulevard,
negli snack, nei bar
affinché ci si rammenti
così ci hanno detto –
di tutti gli eventi
(di cui sopra).
Appunti per una ballata
Su questo spazio vuoto da riempire
come un pattern da compilare
e decifrare
potrebbero correre viali di platani
o valli desolate, o certe figure (pre)potenti
ancora fruibili, previo riciclaggio,
d’uomini intenti, affaccendati
o perché no, in deliquio
su una chitarra scordata:
tutto ciò noi ritroviamo
talvolta nei nostri après-midi
e qualcuno potrebbe dirci: “forse è vero”
nella brezza d’una sera lontana
forse esotica e mai vista
sfigurata comunque da tanti accidenti
(filosofici e no).
Tutto questo è indifferente
nel mare della paradigmaticità
più o meno razionale
del tribunale arcistufo, ma sagace
dove “si parla, ma si sa?
si sa, ma perché dice?
e se dice cosa sa?”
C’è sempre chi viene a riprendersi
un pezzo di che so dimenticato
– questo è vero – e andando via, indugiando,
può richiedere sempre un’epica texana
e magari un souvenir del Sahara, o un estatico cavaliere di Bretagna …
o un pezzetto di cielo se è di poche pretese.
Ma se s’imbatte nell’accidentalità sintagmatica
là dietro l’angolo, riuscirà – pensiamo –
a evitare l’inciampo dell’usato
(col 50 per cento di sconto) (N. d’A.)
Tanto per oggettivare aggiungeremo
che non esistono più passi cruciali
che chi sogna
si risveglia
sempre (prova di laboratorio)
dopo al massimo un’ora.
E inoltre … stava per sfuggirci,
la chiosa è pur necessaria
ad ogni attività che voglia dirsi
(il manoscritto a questo punto s’interrompe)
**************
Attenzione prego stasera recita in maschera;
è di rigore una faccia di circostanza (!!)
«È strano quello lì, lo riconosci?»
in effetti il volto non era troppo circostanziato
«Il contraffatto era già apparso
l’anno passato (prossimo)
ma qualcosa non quadra».
era in realtà fuori di topno un po’
qua e là nel non so che profondo
– credo l’inconscio – .. in ogni caso struttur-a/i-bile
qualora il trucco funzioni.
– Devo dirvi: non son nuovo della zona,
pertanto mi permetto fare osservare
che è remoto il tempo in cui si fondò
l’istituzione … ma prego:
ecco l’enunciato N.1;
ehmmm, dunque (si potrebbe cadere in diverse realtà
e non è che esista il monofore
che anzi direi – chi disse? –
conforme non è alla regola il bandolo
della matassa). Ma questo
può non esser convincente
«il gioco di prestigio sembra talvolta
incepparsi nell’angolo della sinonimia
significante: si smaglia qualche cosa
e sotto la tela compaiono brandelli
d’incarnato». Riformulerò
allora l’enunciato – sempre N.1 –
visto che sembra stingersi l’effetto;
insomma (guardare, portandosi sull’alto
di qualcosa, formicolare l’altrui
– ora quest’altrui potremmo definirlo
smascherato, ma – ne siam consci –
a posteriori – mentre svelare ci si può
– dico noi – in un sogno
cioè in ostinate possibilità tutte
altera-te/abili. «Celandosi il trucco
si svela: come nel carnevale passato
sembra burlarsi». Quindi
– enunciato pervicacemente N.1 –
(abbiamo posto tra parentesi tutto
ciò che può giovare; e il resto
… il resto potrebbe essere silenzio)
(shakespeare atto ultimo)
istruzioni per l’uso
tutti filarono via
il maestro di scena
coordinando spazio e tempo
pose fine alla recita. gli attori
nei loro camerini ritennero essere
assai opportuno mantenere
la maschera; né d’altra parte.
Poetext 1981-2001

effetto riflesso
Nell'ora dell'effimero
non si trova un appiglio.
C'è Ada qui stasera,
da tempo non la vedo, sì...,
ma è che, come dire, che lui me lo credevo 5
insomma: più deciso
secondo certi aspetti, accidenti!...più sicuro.
Che vuoi, non è che si può
dire d'essere sempre all'altezza;
m'ero detto ora gli parlo; glielo dico, una per sempre; 10
mi credevo che anche lui fosse
dello stesso parere.
E chi ci va a pensare invece
che si metteva le mani in tasca
a guardarmi a quel modo: 15
me n'è passata la voglia
per ora era finita,
per il momento basta: forse più in là, un'altra volta...
seppure....
Sì, ora lo so, ci avrei dovuto pensare, 20
me lo dovevo credere che l'altro ieri sera
- la volta dopo casa di Gino -
si stropicciava le mani a quel modo
e gli occhi li teneva sempre altrove;
e vacci tu a pensare 25
che poi voleva dire
che s'era stufato, lui,
che tirava su le spalle, assente,
come non fosse niente.
Dopo m'ero rifatti i gesti pure, 30fra me e me,
e non riuscivo a capire com'è
che non filasse
che non quadrasse il conto;
e invece sì, lui è un'altra cosa. 35
Basta,
che non avesse importanza
tutto ciò, tutto sommato insomma.
Basta davvero,
e infatti ci ho pensato dopo 40
- ma era tardi -
che era come quando
me ne stavo
tornando a casa dopo il film
che non m'era piaciuto niente 45
e che pensavo a quella stupida
di Ada che non ci vuole stare;
infatti facevo anch'io
spallucce e mi fregavo le mani
mentre prendevo a calci le pietruzze. 50
Sono tornato a casa,
vedo il mio viso idiota sullo specchio:
somiglia tanto al suo
e mi compiaccio con vergogna;
c'è Ada lì seduta in sottoveste 55
lì sul bordo del letto che m'aspetta
e si sfila le calze lentamente
e non domanda
e non la vedo.....:
ora ho capito! 60
(m!Vis* CA, 8-7-'81, h. 12,50)
inoltre
sul bordo spartito delle cose
rimane solo di tentare
ciascuno ai suoi fatti
indivisi (m!Vis* X/XI-'81)
sfrangiarsi l'ordito in frammenti
di velleità inidentica (;)
sul bordo spartito della cosa
che solo di tentare rimane
ai fatti ciascuno
al di sotto
m!Vis*
in mezzo da entrambi i lati
si gioca
di esserci se ci provi, rammenta.
ricoperta di dire
la rabbia
si stempera
nell'agguato di un ombra meridiana:
mancanza,
viene meno
al suo limite
improprio (m!Vis* 12-xi-'81)
Che poi; scoperto
infatti che poi rivedersi
nell'attimo idiota che scema
ma identico, (osarsi).
insulsa parentesi
di autentico strabismo (CA, 20- xi-'81)
Scoperto ritardo,
la brezza la sera,
e poi contromano
sapersi nel trucco
m!Vis*
in media re (Perceval numero tre)
E allora non dire
la cosa
che è logica:
precede che non vuoi,
- come se nascosto il viso tra le mani -
l'onda del discorso superfluo
effimera;
tacere,
ridursi irreperibile di dirsi
che rimanere al gusto d'un'immagine:
ed ivi m'acquatto: per l'anima insidia:
esserci, nell'errore:
ultimo atto
m!Vis*
iterazione di una morte
E all'ultimo momento
la parola
sovviene non voluta
d'esserci ancora,
ma il tempo è al di sotto:
la cosa è andata:
sarà un'altra volta
per storno d'ormai.
m!Vis*
che occasione...
Capire
giovata la cosa
parola ri-succhiata
per dire:
credevo....
e poi le mani addosso
là dove sperato nel buio
di sottecchi
- ma buono, che roba...! -
scrutarsi felici
inferiori al momento
occasione in ipostasi:
che roba....!
(m!Vis* CA, 8-x-'82)
orfeoE perso, parersi nell’attimo idiota,
deficiente a meno d’un quid rivoltato
laddove il modello non quadra
perfino tra trine e merletti:
di sbieco,
alle spalle,
qualcuno
ma dove voltarsi?
m!Vis*
cruciverba d’amoreStinta vorrei vedere
l'immagine discorde, lì in trappola
impigliata sulla soglia che divide
mentre vi si raffredda l'intenzione
defalco liminare di un per dirsi
– assenza –
muto che se ne sta inchiodato alla definizione:
ma, di’, (mio tu)!, perché non m'ami?
perché tu altro non sai essere che l’ombra
del mio troppo (non?) vederti?
trasposta allora altro sarebbe
l'essenza convenuta del difetto,
d’una casella dubbia da riempire
di lettera (s)fuggita,
e colmerebbe ancora un'altra volta, traccerebbe
magari in controluce damascena, anche per me,
questa figura, anomalo interstizio da incrociare,
azzeccando l’inganno abbacinante
per eluder la griglia che imprigiona.
Ma ciò che insiste pure è - caso atroce -
giusto l'enigma, una parola in croce.
(m!Vis* CA, 9-v-'84, h. 4 --//-- dicembre 2006)
forse noi
Si registrava uscire
colma di frutto e d'acqua
turgida cosa
in difetto d'idea,
effetto dell'aria afosa
attingere il colmo;
infatti
ma, stinto
riflesso,
lasciarla che poi non risponde
e raffredda, e separa e m'ha scovato,
eccomi, per Dio, non parla.
E resto io, mio solo predicato.
(m!Vis* CA, 27-x-'85) Mvis
grammatologicaDal velo
iscrisse
che c'era che il verbo
imperfetto sfiorava
di trasferire che dire
legàmi in sfatti ricami
tentava di aggiungere
al concluso che nonostante dalla
trasparenza ne prometteva
come l'alone turgido
dei fianchi la presenza,
attributo insostantivo
smemorato aggettivo
(il suo corpo disvelato)
tra parentesi predicato
del senso che nel preteso
perfetto,
più logico sarebbe:
t’ho (s)conosciuto.
(m!Vis* CA, 10-vi-'84)
Ritratto nel fondo
del porto rifratto
nell'acqua
il tuo viso
sorriso
perenne:
che in panne
l'oblio
recupera il fio
di contare su barche e su scafi......
Supporre dall'ira che scolora
- memoria disfatta
che affiora -
ritratto nel fondo del porto
rifratto nell'acqua il tuo viso
tra barche ed inutili scafi intriso
di melma suburbana
ed il sorriso subdolo e sublime
insieme vi ritengo
che forse si stringe il principio
di questo ritorno quieto di dire
che ci fingo d'esserci
e io e tu - fatto strano -
e ancora che stride l'astuto gabbiano.
(m!Vis* CA,16-xii-'84)

irriverente
(fictio)
E la deriva allora
svisato il riguardo l’assorbe
insolito sbieco
che sguscia da glabro ricordo
dell'anca, se vuoi, sollevata
velata di struscio di seta
la pelle che rapida
affioro allo sguardo;
la mano la striscia, vacilla,
al secco rumore del nulla;
che logora adusta frullando
s’annienta e a sé ne ritiene
che fare non può se non altro
il viscido alone s'ammalia
nell'occhio ipostatico arcano
felice in ciò che l'ipotesi
gli resta d'andare lontano
enigma d’abbaglio per gli occhi
che lì scudi lascio di stigma
in glossa alla carne che n’arde.
Che implora e svanisce.
m!Vis*

ant-i-Pod(e): ore d’erosSarebbe che dire da qui
che ora non torna
se dire vorrei che da me
ed io che non mi ricordo
......cioè.......
ma come che se lo rivedo
sfigura al momento, il migliore:
figura di dire: ma qui dove sono (?).
Ossia – mer’antipode – scaricar all’iPod,
ante rem memoriale, ore d’eros scontate
compresse nella storia virtuale
che districarle a un indizio tangibile aleatorio
frappostosi interstizio nel monotono
dover gradar per essere:
cui detratto l’identico rovescio,
imperniarlo ante litteram estrema sul cardine
immanente al voltar d’ogni trapasso:
che ribaltato in tal sequenza inversa
quo ante riordinato indovinarsi
opus sui specultionis.
Che mi scrollo, sereno onere, di dosso
il tacere che m'evita. E lo dico.
(m!Vis* CA,10-i -- 27-x-'85 // 28--12—2006 // 3/9 -- 1 -- 2007)
cum ventitabas quo puella ducebat
(revelatio)
Scoprirsi intravista,
che adesso, ecco, si scioglie: para dossi,
che segue ed accompagna, poi li doppia
con man sapiente che l’intoppo sfiora
ed asseconda, e impiccio di caviglie
liberato, infine:
dinamica proposta che il miraggio
nel balenar dell’attimo cattura.
Poi volta in prospettiva
nascondersi, rincorrersi rincaro che dilegua,
mimandosi cercarsi
chieder la propria grazia,
riverberata allure:
e si ritira giocando che d’un piglio
fila la propria tela;
si ha:
l’abito di già docile s’indossa ancora:
ed altro non ne traggo che l'assenza
dove s’annuncia con sommesso abbaglio.
mVis! CA, 27-x-'85 ---//--- 28-12-2006

amata nobis quantum amabitur nulla
(veritatis adspectus)
Mutanze impercettibili. Discioglie infatti lìdomande in gioie, che le declina e lieve
digradandosi ai suoi fianchi segreto si palesa
il suo sorriso che l'effonde nell'aura intrisa
dei ricami in cui s’assesta
verticale letizia sull’inerzia.
E or esimendo la fragile soglia,
muta randa che già vaga cingeva,
dal costume secreto di misura,
che a eludere, profferta, si compiace,
celata essenza ch'emana d'altri spazi
e d’altre non tangibili frequenze,
pur tuttavia s’attesta. S’assicura:
che inerme ancor vi intesse la scrittura,
ogni momento, ancor, della sua storia immota
tramandola all'assenza d’un evento atteso
che la registra intanto, e l'isola. Perché.
mVis!* ’85 (?) – 1 maggio 2007
pouet(civitas de gilla)
Per poco che all'ora s’addensi
pur labile nebbia di giugno
qual orma vedersi sulla rena estiva
impresso rincaro dell'afa trascesa
al nome per scriverti intruso
in piccolo pozzo di mare, flashback.
E quindi dal seno,
che in inganno femmineo la piccola marina
ripropone che in tremula rada
risciacqua, nutrendola, allusa figura,
discioltovi paesaggio, rammentare
che, in replica e primordio,
scandivano inermi paure
le ménadi: domestica memoria.
Più in là non s'inoltra, se un guizzo,
mugugno di cose non dome,
riviva la forma al di sopra infine sereno.
E sgorga, dai sensi, la voce che trebbia sospesa parola:
la sgrana che il gioco si pone alla vista
che in trame pur dure lo schizzo rintracci,
l’abuso d'un chiedere d'esserci in mezzo di dirci:
“ah, sì, tu...?”!
15-xi-86 --//-- 30 dicembre 2006
m!Vis* in Civitate de Gilla; S. Alberto 1986
eros diadico
E scusami un dire che troppo si vede
e non osa d'un passo
l'ardire lo spasso,
la fine di che mi rimanga
lo sguardo di stucco.
Che a fil di parola
ma un taglio disegni
che incida lamento
fra trame che più non rammento
se non consumate al ricordo
di vedere che vuole
nell'acqua rafferma del molo più in là
- fra scafi dai fianchi scrostati
di sudici vieti navigli -
la fervida danza imbastita
ormai senza capo; Stephan
la sera di tremule vele deflora, battezza
la lingua innocente che gravida sfiora.
m!Vis*
ahh…! mon ennuy
(la nuit de lachmann)
logico il filo?
disse; e prostrato:
espungere - sostituire ?
raccogliere ora frammenti
dannato cimento
comporre interpunta l'imago perduta:
è il solo gioco. Diffratto miraggio,
usata alternanza consunta variatio
emenda alterato sussulto
ch'empie un presunto spazio
da tempo mancante: rumore:
scrivere in calce
parola preclusa abusata: mancata,
nel corpo sul filo è portata
censita testata da prova di stilo
- chissà, raccattata o profonda !
difficile letta comunque:
giusto in tempo di trovare, là, là, ..., e sì...!, eeeh eh...ecco !!!
ci va !
m!Vis* Ca, 29.X.1991, h. 1,47_ Mvis
hermeneia: logico/sofico-filo
(Veritas veritatum/vanitatum?)
Ora detto,
fra noi si deduce dal prima
che dopo rincorre;
ma il post supposto precede
,quo ante,
anticipa quanto
preposto.
Precipita in littera, veritas
- che altro dedurre ? -
che porre nell'ultima piazza ?
se non uno strabico gioco chi glossa
lettura (s)vagante ?
(m!Vis* CA, dicembre 1991)
*mysterium mortis*In articulo rerum mearum
narrare sul filo un confine
che ultimo non è, ma trapassa
nell'ora abolita.
svelata la forma: non è,
riposta nell'ordine basta?
che altro? rincorre,
o s'acqueta in quel filo?
sull'ordine noto che è dato
l'ignoto s'è forse posato
in punta di stilo
(m!Vis* CA, Natale '91)
Mysterium mortis *In articulo mortis
(scilicet ars narrandi)
narrare sul filo un confine
che ultimo non è, ma trapassa
nell'ora abolita.
s'incarna lo spirito in verbis
sfigura l'azione:
nel conto
la pone ordinata,
l'ascrive oramai, ma scontata:
le reni gli sonda ed il cuore.
congiungersi, nel tempo scemato
consunto, slabbrato potere
con ciò che voluto l'avrei
- dissidium animae
in littera nova /....../ desidia -
desidera ciò ch'è raggiunto
congiunto che gli ha la parola
col filo che fragile è pure
all'equilibrista che l'osa.
ed ivi nel gioco compone la voce rinata al silenzio
che l'ora riposa, che l'ora gli porge in parola.
Semantica dell'infinitesimo:
ventriloquo in cerca d'istanza
glossando l’intonso volume:
…forse di già nella fatal quiete………
m!Vis* Cagliari, pochi giorni dopo.
Ante diem quintum idium oct.
Ut A-Mor-s tacuit a.D. MMI
(pour Stephan)
Cette fête de Tristram,
en octobre, le soleil; je pense
triste et me deduis, mais je pense
la toile tissue de tous ces gens
– par la Gente – qui vient pleurant
et m’esbat: mais j’y pense:
“il n’y a plus”: et le soleil
de fin d’été me coud la fin
à ma pensée: ah mon amour!
Mes amours peints et vivants
dans ce tableau de vie pleurant
qui se ferme et se grave au seuil
entrouvert de ma froide âme.
Mes amours, mes rêves,
je vous demande: Pardon!
Je n’y pleure pas.
m!Vis* (oct. 2001)
Il vecchio Ataulfo
(po una dì chi ci seus in custa vida)
a. D. MCMLXXIII

Il vecchio Ataulfo, assiso
al sole dell’androne
che, rifratto in frammenti
di sfuggenti ricordi, gli cuce
all’abito, ormai cieco, dignità,
sorbe un gelato vile: non il suo;
si beve l’aria che a terra lo sostiene
al viso di sue donne, di sua sposa;
sua, la mia: dice: memento:
in polvere, fra Civita e Granserra,
mi coglie il gorgo d’un coatto principio
declinando la propria desinenza.
(m!Vis* autunno 2001)

Le vieux Raoul
(a.d. mcmlxxiii:
unus dies nobis datur)
Le vieux Raoul assis au seuil
regarde les débris du soleil
que la fin lui coud à sa personne:
aveugle désormais.
Il sirote un glace que lui
ont acheté – mon enfant nouveau –
ses femmes qui vivent
aux yeux de ma fillette.
Ce glace – qui est vil: c’est pas le sien –
lui, il l’avait fait de son amour,
de sa maîtrise; l’aurait-il encore
et maintenant:
lui, il s’en va où l’emporte
le souvenir du memento.
(m!Vis* autunno 2001)
Trobar plus
Vai s’en lo tems, e perdem lo melhor !Parlar degram ab cubertz entresens,
E, pus no·ns val arditz,
valgues nos gens !
(Bernart de Ventadorn, Can l’erba fresh v. 46)

(lascito d’anima)
2002-2006
Chin’est custa chi bêit tottus prexendi
chi fai tremmai de craridadi s’airi?
E Amori porta in fattu chi fuedhai
nisciunu podit, ma ognunu est susprexendi?
(Guido Cavalcanti)
Fratello triste, cui mentì l’Amore
che non ti menta l’altra cosa bella
(Guido Gozzano, Convito, vv. 37-38)
Llevo en el alma un caminodestinado a nunca llegar (Manu Chao)
Unica verità della mia vita,
parola per parola fammi te!
(Patrizia Valduga, dal Libro delle laudi, luglio 2004)
Vida, no me seas molesta,
Mira que sólo te resta,
Para ganarte, perderte
…………………
Mira que muero por verte
Y vivir sin ti no puedo,
Que muero porque no muero
(Da Teresa de Ahumada, Poesias)

L’ombra d’Isotta
Soror dulcissima, mente te diligo,
ablato corpore. Ignosce, deprecor,
mihi insaniam, pupilla oculi
qua ego video, venusta formula.
Secretum animae solvere cupio
tuae, pulcherrima: quod solvat somnia
cogitationibus iam vero sordidis,
fictionis nebulis dum mecum maneo.
Commotus corporis tui cupidine,
nudum cospiciens mirum mirabile
fictum quod teneo intus intrinsecus,
nudam te amavero, corde purissimo:
cum esses veritas nudata ad animum,
nolo te tangere, ne tuum mysterium
totum se dissipet in nihili vacuo,
nisi ab oculis tactum me sentiam
tuis, si subrideas, qui sunt caerulei:
tanta tua gratia.
Tua tanta gratia laudetur Dominus qui tecum maneat, in veri lumune:
Eius es speculum.
(m!Vis* 18/27.02.2002, h. 21,45)
Gratiam Angelus circumfundit Domini,
nova cordi meo parabulans verba.
Striata di grazia, parola ferisce,
angelica mente rifrangendo
turgida l’emozione
assumendo rigore di sé;
iscrivendo il diletto d’altro tempo
(zagara labile stordisce)
nell’arca d’effimero incompiuto
a esimere la gioia che svanisce
d’esser tutta. Che invece polimero
agogna l’essenziale inventando, sventando
null’altro che l’abuso in sovrappiù:
governa la lacuna in cui s’incarna assenza.
Erige la mente nell’incrinatura,
lacerando il superfluo,
imago nova, scalzando
caduco l’abbozzo di logore trame:
alba di tara annullata che l’anima, nitida,
grazia ne sugge insaziata.
Recidi il legame che tiene
abbracciato l’esistere al mio poco,
zodiacale chiarezza; esanima l’inutile
intrigo che già ti dispero,
angelo: tu, dell’estasi disserra lo iato
all’esser del pensiero.
(m!Vis* 29.03.2002)
DifferireDeclinando in visione mie parole
spirito chiedo all’ombra, se mai parla,
e traspongo il disegno dissoluto
che fingevo, così che qui mi resto
misurando, sul margine più esposto,
l’assillo scritto già impudentemente,
trascritto adesso in nuova ultima grazia
aspra, che mi costringe e pur mi sazia.
Vita del mio pensiero or si sospende
incautamente ai bordi della crepa,
ove l’anima incrini a me proibita,
da tua carne dischiusa: e vi dipani
l’allusione ove m’iteri l’epilogo
protratto.
m!Vis* (13.04.2002) 1 marzo 2007
Divide et esto
Perché mi sdoppio in te mentre mi struggo,
anima mia ch’e in soffio e in corpo insisti?
L’uno nell’altro io vorrei trasfondere,
rendendo la tua imago a quella carne
in cui della tua carne vado in cerca.
Claudicante pensiero mio impudente
d’insolenza, perché dentro quel corpo
attingo solo l’orma tua stingendosi.
Che non mi parla, e dice ogni suo gesto
senza ch’io trovi il filo che vi unisca
nel simbolo che narri questa storia
serrata in un amor che la censura.
m!Vis Ca, 27.06.2004 → 2 marzo 2007.
Midons, a vos ge m’enclin
(Ars dictandi)
Scampolo di scrittura mi rimane
ancora, esperimento rilanciando:
del bilico turbato in cui si immischia
rosa che mi fiorisci angusta:
frammessa intercapedine, interposta fra il lume
dello zaffiro mirante che irradia a me, silente,
intelletto di grazia, e la frusta ragione
ch’ancora non si tace, in risonanza scarsa,
contigua solo all’analogo conforme, autorizzante.
Hortus deliciae in cui beante alberga
effusa rima che provando incalzo,
dolorosa la mente prodigando,
ostenta in sé il miraggio che s’attinge
là dove annuncio osteggia col sorriso
conclusa ed ultima parola: di cui intriso,
estro suo leggo, in riso disïato,
m’esser lambito in cotanto sembiante:
immagine ch’è al limite svelata.
Soltanto qui sull’orlo dello iato,
ospite stai, offerta in discrepanza,
rotta ch’hai compattezza senz’appello:
respingi gioia agevole di smalto
impermeabile alla congettura,
dove glissa il pensiero senza appiglio.
Integra resti nel donare il passo
a insinuazione d’arrischiato senno,
narciso abbandonando alla sua eco,
gratuitamente invece rispondendo, tu:
estorci la rinuncia non richiesta,
lenta dai, controchiave di potenza,
inganno che avvalora l’intenzione:
chiami, serrando e disserrando sì soave,
ambita persuasione in divergenza.
(m!Vis* Cagliari, 9 maggio 2002)
Dives Animae filia, in corde meo te duco.
(de nuptiis Amoris
et Philologiae)Soglia dell’anima che faticosa schiude,
l’esercizio più assiduo reclamando,
trapasso della mente a carne avvinta,
dovizia di figura porge, donde
incauto sollevare a te mi fingo
la veste dietro cui traspari in grazia,
insidiata però ch’è dall’eccesso
che abolisce intervallo, il più sottile.
Forma dunque derivo dal celare
impalpabile istanza ricavando:
zitto parole ruminando azzardo,
zero rendendo ciò che il dire angusto
altro non dà che stolido dettato.
Diffrazione esperita alla lacuna
evinco dall’errore, fortunato:
soluzione che logica sul filo
sussume desiderio ipotecato.
Aspra resta così la presunzione
negante scivolosa sconvenienza:
in simbolo contendo col fantasma
misurabile icona sul proposito;
adduco nel marasma convinzione
in ostico deposito plasmata;
nego l’escamotage d’adiaforia:
serrata summa in argomentazione
unica a me: nel corpus che, al saggiar,
cerulea mente revocato orpello
obliterato rende: inutile apparato.
Ravviso l’implicata filigrana
or che di là dal velo ti disegni
tersa nella diafana figura
ignuda nel candor del vero iscritta,
inattingibile se non per congettura
ultima: e se la mente pur si placa,
certo per allentar d’arco non sana
ombra di spirito che in carne pur apprendo:
archetipo miglior che originale:
inganno dell’error che non emendo.
Lezione d’accettare difficillima!
m!Vis* (Cagliari, 15 maggio 2002 → 27febbraio 2007)
Lectio difficillima
(Midons, a vos je m’enclin!)
Prova d’eletto aspra al cuore, prescelto
adýnaton d’un gap dal vero impresso,
tramuta il senno alla mente cui estorce,
a me rivale, secreta meraviglia
qual dono al più diafano intelletto.
Cardinale m’appari stella immota,
istanza ricorrente, gemma tremula
ornata in gentilezza dei tuoi veli,
sottile dolce limite che azzardo,
esperto sol d’un niente in cui desumo
nome di donna, rarefatta carne
negata che carpisco in muta grazia:
orma che infitta duole, incisa forma
divaricata in disciplina amara.
Ed io misuro in te l’intento mio,
audace germe vivo che in te stilla,
che, al prender forma in tua figura ambita,
sua incerta alterità va distillando,
e duplica in presunto compimento
il rischio d’un’immagine insoluta.
Fragilità, nome di donna altera,
dona timore a inadeguato ardire,
che si risolve, vano, altro da me.
La lingua dunque affino per l’idea
da cogliere suggendone il principio:
che illanguidito ascolto in controcanto.
m!Vis* (Cagliari, 31 maggio-12 agosto 2002 → 27 febbraio 2007)
Sonetto pâ ti(Petrarca for me)
Passa la nave mia, carca d’oblio,
sicura, che non teme estate o ‘l verno,
trovo perciò regola di governo
dolcezza rigorosa in genio mio.
Il tuo piacer, di negazione rio,
brezza tu rendi che non renda scherno
intimo eccesso che, per schema eterno,
allude essenza ordita di desio.
L’anima sia col corpo, senza sdegni
altezzosi, tenuta con le sarte
nevralgiche a cui sta, serrato e attorto,
intrinseco trapasso che, coi segni
misurati ed alteri in senno d’arte,
ardito mi fa ben sperar del porto.
m!Vis* (Cagliari, 4 giugno 2002 → febbraio 2007)
Outro sonetto pâ ti(Petrarca for you)
Gratzia arrajasta in s’airi spraxendidha:
s’asullu ’e attinu tuu dh’imbodhiada,
taladrendi allumada s’oghïàda
furrià’ is pantamas mias de sinnu in stidha.
Attrivia fuit sa carri a si fai lévia,
dilighesa ’e capìa pariat, chi spréviat,
sa trémida ch’ in pettus m’intragnamu
intru: fuedhendi alluttu mi cittìu.
Sceda torrasata a mei d’angiulu biu
mollu incungèndumi ìnnidu in su scramu:
spédhiu ’e su beru, figura prus che umana,
che soli, a sintzu, nuda ti ’nd’essiat.
Dispintau mi dhu sèu, i ancu aicci siat:
ca s’arrastu ch’inferris mi ’ndi sanat!
mVis! Castedhu, su 19 de friaxu 2006, h. 2.12
su 21 de friaxu 2006 h. 10,42
**********************
Grazia portavi, in raggi all’aura sparsi:
l’azzurro del tuo senno l’avolgea,
e varcando lo sguardo che t’ardea
rendeva i miei fantasmi segni scarsi.
Impalpabile ardì la carne farsi,
sublime intelligenza mi parea
il fremer trattenere che io avea
in petto: nel parlar tacendo io arsi.
Angelo m’annunciavi non mortale,
nuda forma serrando in tue parole:
gioia del vero, effigie più che umana,
emanava ai tuoi fianchi in vivo sole:
lo finsi già: e, se m’appaia or tale,
orma inferta dall’arco tuo mi sana.
m!Vis* (Cagliari, 29 giugno 2002)
Legs d’amour à l’image de mon âme
(La glace de midons)
Parabola di vita insegni quotidiana;
dolce armonia in questo spicchio d’esistenza
sorbisco, sperso nell’indugio d’insipienza;
acri e quieti accenni ricevo pervadenti
ingordo di ciò che mi sfigura.
Grazia, che oscilli su pensieri sereni,
impertinente ad ogni mio buon senso,
audacia aggiungi al ragionevole mistero.
Immagine dell’anima, mia, sfidi la mente:
malgrado il fragile paesaggio di freddezza,
moduli indocile la trama che mi perde,
schiudi scenari di senno imprevisto.
Gelido vorrei stare contemplando
il dissolversi vago del mio sguardo,
nell’ora trepida dell’oblio di sé
esaltante il giudizio che si elide
docile äll’imperio della grazia
evocata. Ne resta il dubbio torbido
l’anima lasciando interrogata,
languente muta nel turbato azzardo
acerbo che si sfuma nell’immagine
nuda dell’amore,
intatta alla ragione d’avalon.
Mare di nebbia invita ad annegarmi,
appellandomi al ghiaccio ove la morte
misura trae cardinale alla vita:
interseco al tuo sguardo irresponsabile
algidità d’un dono che non schivo.
m!Vis* Ca, 12.1.2003.
a-mor(s)mea(Euridice)
Voltarsi che si trasfigura, gioia,
la fine rivedo che ancor mi si porge.
Non credere infine che basti
se, trasognato, sfumando adombrato profilo,
cerulea la nube protegge il tuo viso
che canta sirena d’ignara sapienza.
Controluce dell’anima carpisco un momento;
ti parlo, ti schivi ma resta la traccia
che chiede, innocente lamento,
un tempo all’attesa che taccia
esausta parola: divergo a me stesso.
Richiamo d’amore rifrange l’anima nuda
l’ebbrezza perversa che grazia si posa
e resta la cosa in verbis assente;
compiuta la mente in spirito immersa
dispogli e la colgo e domando – domandoti
affido al sereno che indulgi
l’essenza evocata – l’alcova pretendo
al mio pensiero di tua assenza.
m!Vis* Ca, 15.02.2003
Parole pour midons
Gemma che irradi ialina tua mente,
altro vorrei sapere che non dico
cercando la parola che si perde
reclusa nell’ozioso raggirare,
ignavo, dell’abuso che ti mente:
zeppa che si configge con dolore,
voce dissona, nel dettato terso,
dissennato tampone alla lacuna.
Parola che nell’anima germoglia
aspra flessibilmente si declina,
contrappunto, se al dirsi ci si manca,
del gesto che esibisce denudata
innocenza, largita creatura
che esposta controluce si rivela:
perché, sorpresa, l’evinca invenutovi
hapax da offrire al silenzio, che volga
ignaro ancor di sé l’annuncio in duttile
nova ventura: notizia novissima
che lungi sospinge lo sguardo
e, resasi elastica forma,
qual ombra che vaga si tuffa
nel dedalo antico dei vicoli
calanti alla marina, vi riformula,
inane già esperita, corporea illusione.
Rifrazione dell’anima, in ipostasi,
che modula il canto in cui l’eco
ne trattenga io ormai soltanto,
mentre gelosa si dona tacendo.
Quindi, costretto nello sbieco logico,
in congettura intesso puntuale
parola sottaciuta ivi ripòstasi:
che vo intendendo.
mVis! 7 marzo 2003 → 7-12 dicembre 2006
Anima velata(transfiguration de midons)

Anima, da diafano stupore
percossa, nuda ti mostri e gelosa,
tramite l’ombra che solo ti vela
ribadendo in rimbalzo il tuo respiro.
Segreta sospensione in differire –
rimanendo zavorra il sovrappiù –
implichi al seno: dono della grazia,
angelo, che al tuo cenno cresce e sazia.
Dolcezza dell’assenza, tra la carne
onusta di pensiero, cerco intessuta:
leggera filigrana, che smagliarne
cedevole l’ordito non sia dato:
evanescenza che incorporea volga
zita la mente tua, germe di vita;
zitto neppur risuona, nel sommesso
apparir del crepuscolo che all’alba
duttile forma tace che figuro,
evinta in sinuoso intendimento,
lieve, celata in vago chiaroscuro:
l’alma sottesa a inessenziale soma.
Adunati i tuoi gesti in chiaro corpus,
sensualità traduci in puro idioma,
spirito che disserra senso, e vela
eburnea superficie ove si scorpora
nuda l’idea carnale d’un assioma.
Zefiro t’accarezza e chiedo ai sensi
anima incorporata che condensi.
m!Vis Ca, 9marzo2003
Lanvalavalon
(pour l’image, à l’âme, de midons)
Spina dell’anima che nella carne
audace pungi suggerendo muta
sua presenza tenace - che saggiarne
altrimenti resta vano la minuta
impalpabile essenza - doni aura
zecchina, in cui si sconta lo stizzito,
petulante dispetto persistito,
adombrando l’immagine che inaura
velata, e che rivela in trame scarne
e trite ogni profitto. Dissoluta
la storia in déjà vu, fausta restaura
ancor l’attesa il fantasma intuito,
tua pur tenue novella: assai propizia
ansia della celata tua dovizia. m!Vis Ca, 16 marzo 2003, h. 19,31
Denudi il senno tuo, ombra che echeggia
entro il roco vociare d’una piazza,
nuova al tacer del folle, ove la stazza
usata del parere si fa scheggia.
Dirompe la tua immagine segreta,
imprimendo il suo segno nell’assenza,
in notti ch’, acri al sogno, con sapienza
lambiscono il disio: che, quale asceta
teso in genio suo solo, in sé vagheggia
una presunta idea che la corazza
osa infrangere, dura ed obsoleta,
segregante la vivida sentenza:
evenir del tuo nome nello sbieco
nel cui etimo il viso tuo gli è eco
(senso in cui glossa serra allegoria). m!Vis 20.03.2003, h. 20,30
m!Vis 20.03./ 27.04.2003
Entremesdames
Perfetto cerco amor non discrepante,
anima che t’assilli nel saperti:
qual Eliduc, prossimo alla follia,
poté comporre in sé fantasma e senno
in discordo, tal io possa vagliare,
zarandeando fra immagine e vita,
il simbolo d’amore, irriducibile,
da sottrarre alla rena del non detto.
Norma d’amor lontano cerco stabile,
ostinata al variar della cagione,
rimestandovi il corpo e la ragione,
misurandone il dato col probabile
aggiunto d’inconclusa verità.
D’altro intelletto, mio soltanto, giunga
amorevole fiamma, per cui funga
mon bon respeig specchio di carità;
ond’io sappia l’essenza dell’immagine
ricondurre alla carne del mio bene:
liquida forma che sulla voragine,
osteggiata e incompiuta è dalla labile
non sondabile e vana vanità
Tutto sia risoluto in tal indagine,
altera d’aver sciolto cura e pene,
nova ricostruendo la compagine
ove soavemente regni Imene.
m!Vis Cagliari, 4 gennaio 2004. // conclusa 20 febbraio 2005.
Magna rima
(pour cacher midons)
A questa mente astrarre io voglio Pizia,
anima mia, se ne indovini il dire
silente nel suo candido furore,
scabro per chi in se stesso solo intende,
ignoto a chi alla carne non condensa
zirlo di spirito che assorda e non si sente.
Il senno a Ipazia s’arretr’irrisolto
davanti a lei, e in lei tradurre sappia
la geometria d’amor che nel sedurre
sa trar perizia, dirvi sazi umori
di sapienza d’ardore rigoroso,
sì che quest’anima, or sacerdotessa
di tal pregna follia resa, rispecchi
la propria ossessa fausta intemperanza:
«oziai sazia di versi per trar muri
entro cui cingere il tuo nome al cuore
che come da una zip sai trarre tu:
dalla tasca di questo andar vagando
licenziosa che all’abito mi pende,
la crepa che mi fende in tuo riflesso
in cui ti insinui enigma della grazia
schiudendomi al pensiero più segreto:
impressa in desiderio la tua stigma,
ne rintracci con l’essere il suo ordito».
Muri entro cui io imprigionassi il senso,
col tessere in plausibile parola
la tua figura che si fugge via
non resistendo ad esegesi alcuna,
che si stinge restando solamente
la mimesi di te, dove t’occulti
pur a te stessa, e ne risulti assente.
Il pensier vostro ancora in otium s’ari,
dirvi sapendo, a voi, Pizia ed Ipazia,
con qual misura io debba abbracciarvi
nel simbolo di regola ed ebbrezza,
qual ermeneia tracci alla mia mente
con sottigliezza d’un cortese azzardo
il disegno che finga in filigrana
la grazia che mi strugge e mi divide.
m!Vis Cagliari, 5 agosto 2004.
A Bosu, Midons !
A bos, midòns, singiali ’e custa vida,
in s’aúra imprentendi embrema ’ostru,
emm’a sciorai, illuegus atrviu,
su d’essi arrenulliosu cosa mia
fora ’e medida aici ’e ’os’ispantai:
medida a tinnu ’ostru cunsentendi
innoi su coru accnta è’ a s’assustai
de sa grátzia, ’òstra ’e diòsa, chen’ ’e nexi.
Cussertu ’e atza, braghéri, custu gap,
chi nuda s’innosséntzia ’ostra m’intregat,
mudori scéti est su chi si ’olit nai.
m!Vis, Castedhu, 28 de dognassantu 2004.
A Voi, Midons !
A Voi, midons, segnale di mia vita,
vostra impresa imprimendo a mia ventura,
ostenterei la mia insignificanza
in tale dismisura da stupirvi:
misura concedendo al vostro senno
in cui per poco il cor non si spaura
per la grazia celeste vostra ignara.
Ordine tracotante, questo gap,
nuda che rende a me vostra innocenza,
silenzio solamente vuole offrirvi.
m!Vis Cagliari, 21 novembre 2004
Le corps à l’âme de Midons
Ed ora io m’appiglio, d’ora in ora,
nell’immagine tua la più dubbiosa
tentando di scomporla senza frutto;
ché integra è in fattura che m’ammalia
e risolvervi l’anima rilutto
per la grazia sfrontata della carne,
che più nascondi e più si fa palese,
e in cui pur l’ineffabile so trarne:
ché l’abito cortese la rivela
resa mistero che non trova ingegno
che ne dica sublime il garbo e il segno,
né lo sconcerto puro e lo stupore
che la censura vaga nel pudore.
Invano; infatti d’imperio, s’evince
che mancanza non v’è se il desiderio
vincolato s’intesse e vi s’impegna
rendendovi composto l’interesse
Midons, la carne mia rimane attonita
gelata nel riverbero d’assenza,
e dall’intera vostra carne salpa
il rischio che abbagliato osando palpa,
con la più fine eletta irriverenza,
l’anima vostra ignuda in cui il pensarvi
mio inane resta immerso, e cui demando
– congetturando azzardo inverecondo –
le stille del mio spirito più terso.
m!Vis Cagliari, 30 novembre 2004.
Su corpus in s’anima de donna mia
E imoi deu a dogn’ora mi ’nci aguantu
in sa màgini tua sa prus dudosa
circhendi ’e dh’ispertai chene profetu;
ca intrea est in fattura chi m’acisat;
e de ’nci sciolli s’ànima reduttu
po sa gràtzia isfaccida de sa carri
chi prus dha cuas e prus sciorendi s’esti,
corbendinci su chi est adhia ’e su narri,
ca compudia sa esti ’ndi dha scóviat
fata a mistériu chi no agata’ inginnu
chi ’ndi nerit sublimi aggrabbu e sinnu
né su scimingiu ’e ispantu chi, che mùngia,
dh’acorrat chen’ ’e farta in ìn sa bregùngia.
Debadas: chi amarolla si scabbullit
su no dhoi essi nexi in su disìggiu
avvinculau deghésciu e postu in prenda
aicci chi cumpostu torrat crésciu.
Donna, sa carri mia aturdia s’abarrat,
tètera in s’arressoli de s’auséntzia,
e de sa carri ’ostra boga’ a pillu
s’arriscu chi atrevidu alluinadu
parpat, cun atza dìliga e barrosa,
s’ànima bostra nuda chi m’atzicat,
ch’innia su ’e ’osi pensai ’nci abarrat imbertu,
e chi dhi mandu – asseliau s’incillu,
sestendi un’aconcada sbregungia –
is istìdhius chi calant ammachiadus
de s’ispìritu miu lìmpiu e sintzillu.
m!Vis. Cagliari, su 5 de mes’ ’e Idas 2004.
Le dédale de Midons
E grido che mi fa gridar l’amore
lo strazio che nell’anima s’incarna
facendola tornare solo carne
quando il tuo corpo si libra all’assenza:
che di te cede più che tu non hai.
Ed urlo la vergogna oltre il ritegno,
apertis verbis senza esitazione:
e denudata taccio la beanza
dischiusa nel difetto che ti guarda,
signora mia, che resti dimidiata
se non ti fingo docile padrona
di me cui se m’inchino tu ti pieghi
e ti spogli nel velo dell’abbaglio
che, irrispettosa con sublime arguzia,
tu scudo vitreo accordi all’artiglio:
che si condensa nell’esaltazione
mentre solo mi cresce l’intelletto,
e il senno che disegna il labirinto
– di te progetto vero oltre l’inganno –
che s’imbroglia fra trine che scagionano
la tua più spudorata convinzione.
m!Vis. Cagliari, 19 dicembre 2004.
Is arrandas de donna mia
Tzerriendi seu chi fait tzerriai s’amori
su sciaccu chi mein s’ànima s’incarrit
spantada lassendidha scétti carri
candu intregas su corpus tu’ a s’ausentzia:
chi ’e tui mi torrat prus chi tui no tenis.
E abbóxinu bregùngia iscumpudiu,
a nomen tentu chene redutai,
cuerrendinci spollinca sa beàntzia
scaringiada in sa nexi chi ti castiat,
sennora mia, chi abarras ismesada
si no t’intzertu aresa meri e donna
de mei, chi si m’incrubu, a mei t’indullis
nudendudì in su belu ’e s’alluinu
ch tui,in dìliga trassa chen’ acatu,
amparu aporris bìrdnu a sa franca
chi si fai craca in s’atza ’e barrosia;
mentras chi crescit scéti s’intelletu
e s’atinu chi sinnat in laberintu
– disinnu’e tui, su beru, adhia ogni transa –
is arrandas chi imbódhiant e ’ndi iscundint
sa conchinada tua prus sbregungia.
m!Vis, Castedhu, su 21 de mes’ ’e Idas 2004
Meredecrois(Midons de la croix)

Madre del ciel, signora dei miei giorni,
e delle notti in evocarvi spese
che d’innocenza il mio assillo s’accese,
la carne e lo stupor rendendo adorni,
oggi, io prego, ricchezza mi torni,
madonna, il vano errar delle mie imprese:
che senza mutar senno siano tese
a che dotta follia non se ne scorni.
Or volge, donna mia, l’ennesimo anno
che al mio voler non so ridurre il giogo
cui mi piega di voi voglia feroce
soverchiandomi dolce del suo affanno:
nel pensiero in cui amarvi ottenga luogo,
rammentatevi madre della croce!
mVis! Cagliari, 6 febbraio 2006
gennaio/febbraio 2008

Mama ’e su celu, sennora de is dis mias,
de dogna notti spéndia a s’appillai,
chi su scinitzu ’e nocéntzia fut crai
fendu is disìggius bonas intzimias,
oi, seu preghendi, mi torrint ricchesa
madonna, is fattas mias a s’affainu:
chi punnai potzant, chene ’e mudai tinu,
a no si ’ndi scorrai macca sabiesa.
Un’annu ancora, donna, bortend’esti
chi no fatzu capia de su giuali
aba m’incrubat gana ’e bosu aresti,
drucci chi timu no mi sobri’ e bruxit:
in su pensu ’e s’amai deu, cun cabbali,
ammenteisì che mama de sa cruxi!
mVis! Cagliari, 8 febbraio 2006
gennaxiu/friaxu 2008
Anima, l’anima ti darò se tu mi guardi
perché riposi in seno al tuo sorriso
il mio girovagare che s’avvolge
costretto come trottola impazzita
Anima, s’anima mia t’intregu si mi castias,
ca in codhu de s’arrisu chi scaringias
si ’nci potzat arrimmai s’andongiu miu
trottoxendusi tottu arrolia arrollia,
apprettau chi barduffula ammacchiada.
(m!Vis Vacanze di Natale 2004-2005)
Come una cerva verrai alla fontana
a cercar l’acqua che ti doni amore
quando cessato ne sarà il furore
di vedermi in quell’acqua,
perché per te sia vita ed a me gioia
che mi riscatti salvo dalla noia
di sapermi medesima eco strana:
sol, bensì, amante amato.
mVis! Cagliari, 7 giugno 2006.
Eco dell’anima, mi consola questo dirmi di te:
pensiero che rimbalza a me dentro, e che m’assilla;
cercar serenamente la tua immagine
nell’assenza dove solo ti parlo:
amata servitù con cui m’affranco
dalla prigione della mia libertà. m!Vis Ca, 6.aprile.2003.
Petrarchismi

Si fuit sa vida e no si frimmat ora,e sa morti est in fattu a apprettu mannu
e ïs cosas passadas e ïs de occannu
mi fainti gherra commenti is benidoras,
e s’arregodu e iss’abettu m’accora’,
’moi innoi ’moi innìa, chi abberu, ita dannu,
si de mei no tenessi dolu mannu,
de custus pentzus mius gi’ia-d essi in fora.
Mi torra’ innanti si gosu drucci mai
primau su coru at tentu, e pusti ingunis
biu naïghendi is bentus scimbullaus;
biu temporada in portu, cansada ormai
sa ghia ’e sa nai, truncà’ s’antenna e is funis
e is ogus bellus, chi mirau, studaus.
mVis! Castedhu, su 26 de friaxu 2006
Guido Cavalcanti
Chi è questa che vèn, ch'ogn'om la mira sonetto
Chi è questa che vèn, ch'ogn'om la mira,
che fa tremar di chiaritate l'âre
e mena seco Amor, sì che parlare0
null'omo pote, ma ciascun sospira?
O Deo, che sembra quando li occhi gira,
dical' Amor, ch'i' nol savria contare:
contanto d'umiltà donna mi pare,
ch'ogn'altra ver' di lei i' la chiam' ira.
Non si poria contar la sua piagenza,
ch'a le' s'inchin' ogni gentil vertute,
e la beltate per sua dea la mostra.
Non fu sì alta già la mente nostra
e non si pose 'n noi tanta salute,
che propiamente n'aviàn conoscenza.
Chin’est custa chi bêit tottus prexendu
chi de lugori s’àiri a tremî fai’
e Amori porta in fattu chi fuedhai
niscxiunu podit, ma ognunu est susprexendu?
’Ta parit, Deus, is ogus furrïendu,
dhu neri’ amori, ch’eu no dhu scia contai:
tantu ’e umilesa parit donna e crai
chi dogn’attra a facc’issa m’est duendu.
No s’iat podi contai su praxi ’e custa
c’a issa incrua gentili ogna virtudi,
e s’ermosura che dea sua dh’ammostra.
Aicci’ arta no fiat giai sa menti nostra,
tantu saludu in nos mai postu fudi
chi ’ndi tengiaus sa conoscèntzia giusta.
Fian ’s pilus d’òru in s’airi spraxinaus
ch’in milli druccis nuus dhus imbodhiàt,
sa luxi tierna adhi’ ’e deda irrajàt
de is ogus suus chi immoi ’ndi sunt smenguaus,
sa cara a sinnus fai in dolu pintaus,
no sciu si beru o frassu m’indittàt.
Eu chi s’esca de amori m’intragnàt,
’ta spantu is sensus mius luegu alluttaus?
No fiat s’andongiu suu cosa mortali
ma d’angiulu figura, e su fuedhu
atru sonàt che non sa boxi umana;
unu spìrit’ ’e celu, ’e soli istedhu,
fuit su chi ’idìa: si ’moi no fessit tali
liaga po s’illascai s’arcu no sana’.
mVis! Cagliari, 3 marzo 2006.
* PETRARCA, RVF 62
1 Padre del ciel, dopo i perduti giorni,
2 dopo le notti vaneggiando spese
3 con quel fero desio ch'al cor s'accese,
4 mirando gli atti per mio mal sì adorni,
5 piacciati omai col Tuo lume, ch'io torni
6 ad altra vita et a più belle imprese,
7 sì ch'avendo le reti indarno tese,
8 il mio duro adversario se ne scorni.
9 Or volge, Signor mio, l'undecimo anno
10 ch'i' fui sommesso al dispietato giogo
11 che sopra i più soggetti è più feroce:
12 miserere del mio non degno affanno;
13 reduci i pensier' vaghi a miglior luogo;
14 ramenta lor come oggi fusti in croce.

Babbu ’e su celu, appusti de is dis pérdias,
appusti ’e is nottis spéndias isvaliendi
cun su disìggiu alluttu intru arestendi,
mudau bièndimi in fattas po mei spérdias,
Tui cun su tinu tuu, si ’olis, m’appérdias
frimma sa vida abbia ’e mellus intendi,
goi chi ’e badas sa retza a isterri andendi
scorradu siat s’aremigu: e dhu impérdias. ch’i.
Dexi annus sun colaus, Sennori, arreu
incrubau sutta a unu giuali ’e fogu
chi a is prus ditentus est beru chi prus bruxi’:
perdona s’arrebbattu indignu meu;
torra is pentzus fadhinde a mellus logu;
ammentasidhis comenti oi fiast in cruxi.
mVis! Castedhu, su 25 de aberili 2006.
Babbu ’e su celu, appusti de is dis pérdias,
appusti is nottis spéndias isvaliendi
cun s’aresti disìggiu alluttu in coru,
castiendu is fattus contr’ ’e mei mudaus,
Ti praxia’ in tinu Tuu immoi ch’eu torri
a un’attra vida e a prus déxidas fattas,
goi chi endi istérrias is retzas de badas
scorradu abarrit s’aremigu tostu.
Bortendi s’annu ’e undixi est, Sennori,
ch’incrubau seu a giuali isferitzau
chi a is prus ditentus certu est chi prus bruxit: chi asuba a is prus ditentus est prus feru:
Perdona s’arrebbattu indignu meu;
torra is pentzus fadhinde a mellus logu;
ammentasidhis coment’oi fiast in cruxi
mVis! Castedhu, su 5 de marzu 2006 (prima prova).
PETRARCA Canzoniere RVF 234
1 O cameretta che già fosti un porto
2 a le gravi tempeste mie diurne,
3 fonte se' or di lagrime nocturne,
4 che 'l dì celate per vergogna porto.
5 O letticciuol che requie eri et conforto
6 in tanti affanni, di che dogliose urne
7 ti bagna Amor, con quelle mani eburne,
8 solo ver' me crudeli a sì gran torto!
9 Né pur il mio secreto e 'l mio riposo
10 fuggo, ma più me stesso e 'l mio pensero,
11 che, seguendol, talor levòmmi a volo;
12 e 'l vulgo a me nemico et odioso
13 (chi 'l pensò mai?) per mio refugio chero:
14 tal paura ò di ritrovarmi solo.
O apposentedhu chi giai fiasta portu
a is mengianus de malas temporadas
mitza immoi ses de is prantus ’e is nottadas
ch’ addedì bregungiosu cuadus portu.
O lettixedhu ’e paxi già e coffortu
in s’assuppu, d’itta urnas addoliadas
ti iffundi’ Amori a manus marfiladas,
chen’ ’e dolu a mei scétti fendi tortu!
Ne su secretu o su pasiu miu fuu,
ma mei ettottu e issu pentzamentu,
chi, sighendidhu, abborta artziau m’a’ in bolu;
e sa genti, chi m’est nemigu cruu,
– a dhu pensai! – commenti e amparu appentu:
gai seu timendi ’e m’agattai de assolu.
mVis! Castedhu, su 6 de marzu 2006.
PETRARCA RVF 126
1 Chiare, fresche et dolci acque,
2 ove le belle membra
3 pose colei che sola a me par donna;
4 gentil ramo ove piacque
5 (con sospir' mi rimembra)
6 a lei di fare al bel fiancho colonna;
7 herba et fior' che la gonna
8 leggiadra ricoverse
9 co l'angelico seno;
10 aere sacro, sereno,
11 ove Amor co' begli occhi il cor m'aperse:
12 date udienzia insieme
13 a le dolenti mie parole extreme.
14 S'egli è pur mio destino,
15 e 'l cielo in ciò s'adopra,
16 ch'Amor quest'occhi lagrimando chiuda,
17 qualche gratia il meschino
18 corpo fra voi ricopra,
19 e torni l'alma al proprio albergo ignuda.
20 La morte fia men cruda
21 se questa spene porto
22 a quel dubbioso passo;
23 ché lo spirito lasso
24 non poria mai in più riposato porto
25 né in più tranquilla fossa
26 fuggir la carne travagliata et l'ossa.
27 Tempo verrà anchor forse
28 ch'a l'usato soggiorno
29 torni la fera bella et mansueta,
30 et là 'v'ella mi scorse
31 nel benedetto giorno
32 volga la vista disiosa et lieta,
33 cercandomi: et, o pieta!,
34 già terra infra le pietre
35 vedendo, Amor l'inspiri
36 in guisa che sospiri
37 sì dolcemente che mercé m'impetre,
38 et faccia forza al cielo,
39 asciugandosi gli occhi col bel velo.
40 Da' be' rami scendea 53 Quante volte diss'io
41 (dolce ne la memoria) 54 allor pien di spavento:
42 una pioggia di fior' sovra 'l suo grembo; 55 Costei per fermo nacque in paradiso.
43 et ella si sedea 56 Così carco d'oblio
44 humile in tanta gloria, 57 il divin portamento
45 coverta già de l'amoroso nembo. 58 e 'l volto e le parole e 'l dolce riso
46 Qual fior cadea sul lembo, 59 m'aveano, et sì diviso
47 qual su le treccie bionde, 60 da l'imagine vera,
48 ch'oro forbito et perle 61 ch'i' dicea sospirando:
49 eran quel dì, a vederle; 62 Qui come venn'io, o quando?;
50 qual si posava in terra, et qual su l'onde; 63 credendo esser in ciel, non là dov'era.
51 qual, con un vago errore 64 Da indi in qua mi piace
52 girando, parea dir: Qui regna Amore. 65 questa herba sì, ch'altrove non ò pace.
66 Se tu avessi ornamenti quant'ài voglia,
67 poresti arditamente
68 uscir del boscho et gir in fra la gente
Crara e drucci acqua fria
innoi is mermus de prexu
post’at sa chi a mei scétti parit donna,
ramu chi dhi praxía
– mi ’nd’ amentu in susprexu –
a sa carena ’e si ’ndi fai colonna
froris chi cun sa gonna
cobertru at sa ternura
de angelica pettorra,
airi chi sacru torra
ca s’ogu ’e Amori a coru at giau biúra
donei imparis audéntzia
a su fuedhu úrtimu miu ’e doléntzia.
Si m’est ancu distinu
– su celu si ’nci isterrit –
ch’Amori is ogus mi serrit in prantu,
carchi grátzia, mischinu,
innoi su corpus cuerrit
e a domu s’alma torrit chene mantu;
sa morti est pagu spantu
si cust’isperu intregu
a cussu passu ’e sciaccu,
ca s’ispíritu straccu
no iat a podi in portu ’e prus sossegu
o in prus pasiadus fossus
lassai sa carri tribulada e is ossus.
Tempus fortzi at a benni
ch’in logu perusau
torrit sa bella aresti ammasedada
e abi fut dau a m’imbenni
in cussu grei sagrau
férgia’ in disíggiu levia sa mirada,
circhendumí; e, scedada!
biendi terra in sa losa
dhi póngiat frénia Amori
’e susprexai; e in dulciori
mi ’nc’iscruffa’ una grátzia piädosa,
e sfortzit goi su celu
limpiendi is ogus déxida in su belu.
De is ramus dhi arruiat,
drucci mein sa memória,
una próina de froris in sa coa
e issa sétzia fiat
úmili in tanta glória
cun sa nui de s’amori in besti noa;
frori in su cirru a proa
calát, o a is triccias brundas,
che prus de oru e prellas
pariant, sa dí, prus bellas;
s’arrimát unu in terra, attru, bia ’e is undas
moliendi feri feri,
pariat mi nai, Amori innoi est meri
Cant’ ortas appu nadu
insara prenu ’e ispantu:
Custa diaderu est náscia in paradisu!
tant’ ’e orvidu carriadu
su trággiu suu de bantu
su fuedhu e sa cara in drucci arrisu
m’aiant, chi, chen’abbisu
de sa mágini bera,
narau in susprexu insandu:
Ma innoi seu bénniu, e candu?
crêndi essi in celu, e no de custa scera.
E de tandu mi praxi’
cust’erba, ch’atterui no agattu paxi.
Si tui tenessis prendas cantu ’nd’olis,
iasta a podi, e cummenti!,
bessí de littu e andai in mes’a sa genti.
mVis! Castedhu, 15 marzo 2006.
Francesco Petrarca, RVF 366
Vergine bella, che di sol vestita,coronata di stelle, al sommo Solepiacesti sí, che 'n te Sua luce ascose,amor mi spinge a dir di te parole:ma non so 'ncominciar senza tu' aita,et di Colui ch'amando in te si pose.Invoco lei che ben sempre rispose,chi la chiamò con fede:Vergine, s'a mercedemiseria extrema de l'humane cosegià mai ti volse, al mio prego t'inchina,soccorri a la mia guerra,bench'i' sia terra, et tu del ciel regina.
Vergine saggia, et del bel numero unade le beate vergini prudenti,anzi la prima, et con piú chiara lampa;o saldo scudo de l'afflicte genticontra colpi di Morte et di Fortuna,sotto 'l qual si triumpha, non pur scampa;o refrigerio al cieco ardor ch'avampaqui fra i mortali sciocchi:Vergine, que' belli occhiche vider tristi la spietata stampane' dolci membri del tuo caro figlio,volgi al mio dubio stato,che sconsigliato a te vèn per consiglio.
Vergine pura, d'ogni parte intera,del tuo parto gentil figliuola et madre,ch'allumi questa vita, et l'altra adorni,per te il tuo figlio, et quel del sommo Padre,o fenestra del ciel lucente altera,venne a salvarne in su li extremi giorni;et fra tutti terreni altri soggiornisola tu fosti electa,Vergine benedetta,che 'l pianto d'Eva in allegrezza torni.Fammi, ché puoi, de la Sua gratia degno,senza fine o beata,già coronata nel superno regno.
Vergine santa d'ogni gratia piena,che per vera et altissima humiltatesalisti al ciel onde miei preghi ascolti,tu partoristi il fonte di pietateet di giustitia il sol, che rasserenail secol pien d'errori oscuri et tolti;tre dolci et cari nomi ài in te raccolti,
madre, figliuola et sposa:
Vergine gloriosa,donna del Re che nostri lacci à scioltiet fatto 'l mondo libero et felice,ne le cui sante piagheprego ch'appaghe il cor, vera beatrice.
Vergine sola al mondo senza exempioche 'l ciel di tue bellezze innamorasti,cui né prima fu simil né seconda,santi penseri, atti pietosi et castial vero Dio sacrato et vivo tempiofecero in tua verginità feconda.Per te pò la mia vita esser ioconda,s'a' tuoi preghi, o Maria,Vergine dolce et pia,ove 'l fallo abondò, la gratia abonda.Con le ginocchia de la mente inchine,prego che sia mia scorta,et la mia torta via drizzi a buon fine.
Vergine chiara et stabile in eterno,di questo tempestoso mare stella,d'ogni fedel nocchier fidata guida,pon' mente in che terribile procellai' mi ritrovo sol, senza governo,et ò già da vicin l'ultime strida.Ma pur in te l'anima mia si fida,peccatrice, i' nol nego,Vergine; ma ti pregoche 'l tuo nemico del mio mal non rida:ricorditi che fece il peccar nostroprender Dio, per scamparne,humana carne al tuo virginal chiostro.
Vergine, quante lagrime ò già sparte,quante lusinghe et quanti preghi indarno,pur per mia pena et per mio grave danno!Da poi ch'i' nacqui in su la riva d'Arno,cercando or questa et or quel'altra parte,non è stata mia vita altro ch'affanno.Mortal bellezza, atti et parole m'ànnotutta ingombrata l'alma.Vergine sacra et alma,non tardar, ch'i' son forse a l'ultimo anno.l dí miei piú correnti che saettafra miserie et peccatisonsen' andati, et sol Morte n'aspetta.
Vergine, tale è terra, et posto à in doglialo mio cor, che vivendo in pianto il tenneet de mille miei mali un non sapea:
et per saperlo, pur quel che n'avennefora avenuto, ch'ogni altra sua vogliaera a me morte, et a lei fama rea.Or tu donna del ciel, tu nostra dea(se dir lice, et convensi)Vergine d'alti sensi,tu vedi il tutto: et quel che non poteafar altri, è nulla a la tua gran vertutepor fine al mio dolore;ch'a te honore, et a me fia salute.
Vergine, in cui ò tutta mia speranzache possi et vogli al gran bisogno aitarme,non mi lasciare in su l'extremo passo.Non guardar me, ma Chi degnò crearme;no 'l mio valor, ma l'alta Sua sembianzach'è in me, ti mova a curar d'uom sí basso.Medusa et l'error mio m'àn fatto un sassod'umor vano stillante:Vergine, tu di sante lagrime et pie adempi 'l meo cor lasso, ch'almen l'ultimo pianto sia devoto,senza terrestro limo, come fu 'l primo non d'insania vòto.
Vergine humana, et nemica d'orgoglio,
del comune principio amor t'induca:
miserere d'un cor contrito humile.Che se poca mortal terra caducaamar con sí mirabil fede soglio,che devrò far di te, cosa gentile?Se dal mio stato assai misero et vileper le tue man' resurgo,Vergine, i' sacro et purgoal tuo nome et penseri e 'ngegno et stile,la lingua e 'l cor, le lagrime e i sospiri.Scorgimi al miglior guado,et prendi in grado i cangiati desiri.
Il dí s'appressa, et non pote esser lunge,sí corre il tempo et vola,Vergine unica et sola,e 'l cor or conscientia or morte punge.Raccomandami al tuo figliuol, veracehomo et verace Dioch'accolga 'l mio spirto ultimo in pace.

Francesco Petrarca, RVF 366
Vírgini bella, chi, de soli ’estida,
a s’artu Soli, coronada ’e istedhus,
ses práxia, e luxi Sua sticchía t’at impostu,
m’impelli’ amori a nai de tui fuedhus
ma s’istérria no sciu chen’ ’e tui, nida,
e ’e Cudhu chi po amori in tui s’est postu.
Cramendu seu sa chi sempri at rispostu,
chi in fidi dh’at tzerriada:
Vírgini, si addoliada
po sa miseria de s’umanu costu
ses stéttia mai, a custu scrámmiu ingrina,
aggiuamí in custa gherra
mancai sia terra e tui in celu regina.
Vírgini savia, e in bellu numeru una
de is virginis biadas e prudentis,
antzis sa prima, e in prus luxi allumada,
o amparu frimmu a s’isporu de is gentis
cuntr’ ’e is croppus de Morti e de Fortuna,
chi sutt’issu est triunfu, no iscampada;
o mitza frisca a fogu tzurpu giada
’nnoi intr’ ’e is óminis tontus:
Vírgini, is ogus prontus
chi bistu aíant s’imprenta dispiedada
mei’ is mermus druccis de su caru fillu,
porri a mei in malu istadu
ca sconsilladu a tui béngiu a consillu.
Vírgini nida, in dogni parti sana,
de s’iscendongiu tuu filla e mammai,
giendi innoi luxi e in s’attra vida appentu,
po tui su fillu e su ’e s’artu Babbai,
o de luxi a su celu artiva ’entana,
benni’ è’ a sarvai in s’urtimu mementu;
e intr’ ’e fémminas medas, prus de centu,
tui scétti fias scerada,
Vírgini bene nada,
chi ’ortas sa lástima d’Eva in cuntentu.
Faimí ’e sa grátzia tua dignu, chi balis,
chene accabbu biada,
giai coronada in su rennu ’e is cabbalis.
Vírgini santa, e d’ognia grátzia prena,
pro sa bera e s’artissima umilesa
a celu artziada a intendi is prantus mius,
tui as scendiau de piedu sa ricchesa
e issu soli ’e giustítzia chi sulena’
su séculu ’e macchioris attrivius;
tres nomîs druccis portas tui collíus,
e mamma e filla e isposa:
Vírgini gloriosa,
donna ’e su rei chi ’e is latzus s’a’ affranchíus
fendi su mundu líberu e in bonora,
po chi, santu in is liagas,
nau appannu tragas, tui, bera biadora.
Vírgini sola, innuedhui chene esempiu,
amorendi su celu po ermosuras,
chi ’e tui prus manna o pari no dhu’ a’ istada,
santus pentzus e castas fattas puras
a su Deu beru sagradu e bivu Tempiu
ant fattu in s’innidesa tua ängiada.
Vida po tui potzu tenni prexada,
si po s’arresa tua,
Vírgini drucci frua,
ue farta aíat bundau, grátzia est bundada.
Pregu, in ginugus dessa menti petzis,
ca a m’essi ghia dias botra
e sa vida mia torta m’adderetzis.
Vírgini crara chi ses frimma in eternu,
de custu mari in temporada istedhu
d’ogni ghia ’e navi sendi fida ghia,
pentza tui in cali malu tempus niedhu
m’agattu solu e chen’ogni guvernu
tenendi accanta s’urtima straccía.
Ma in tui s’ánima mia puru cunfiat,
peccadora, già est beru,
Vírgini, ma chi abberu
s’aremigu ’e su mali miu no arriat:
ammentadí ca su peccadu nostru
at fattu a Deu incarnai,
po si campai, in s’ínnidu tuu clostru
Vírgini, cantus prantus deu appo spráxiu,
cantus losingus e arresai po iscarnu,
po pena mia e in dannu miu che tuppu.
De ca seu násciu inní in s’oru de s’Arnu
circhendi puru in dogna logu s’áxiu,
sa vida mia est stéttia scétti assuppu.
E s’ermosura umana ingurta a s’uppu
s’ánima m’at carriada.
Vírgini alma sagrada,
no trighis, deghinó certu m’alluppu.
Is dis mias prus che raju chi s’appretta
in miseria e peccaus
si funt andaus, e scétti morti abetta.
Vírgini, una est ’moi terra, e in trista spolla
m’a’ ’estíu su coru, e in vida tentu in prantu
e de is malis mius milli unu no scíat:
e mancai sciendi, su chi est iséttiu a tantu
iat essi istadu, ca dogn’attra bolla
po mei già morti, e a issa innóriu fiat.
’Moi tui, donna ’e su celu, diosa bia
(si nai potzu e cumbinu),
Vírgini d’artu attinu,
tui bis su tottu, e su chi no podíat
un’attru a fai, nudh’est a sa virtudi
tua: a mi ’ogai de dolori;
ch’a tui onori at essi, e a mei saludi.
Vírgini, mein chi póngiu dogna ispera
de m’ ’olli tui in cust’apprettu aggiudai,
già no mi lessis in s’estremu passu.
A mei no castis, ma Chini mi fai
boffiu at; no giudu miu, ma cuss’aèra
Sua artiva a t’incurai ti mova’ in bassu.
Medusa e farta mia m’ant fatu sassu
stidhiendi vanidadi:
Vírgini tui ’e santidadi
de lágrimas su coru prena iscassu
chi nessi su prant’úrtimu d’appentu
sia’, e chene umanu limu,
cumenti fiat su primu ’e ammácchiu tentu.
Vírgini umana, anemiga ’e dogn’atza
amori ’e sa tzemía spratzía t’impella’:
miserere ’e unu coru in arrepentu.
Ca si unu chemu ’e terra, mancai bella,
cun fidi sollu amai chi spantu satza’
itta ia a fai po tui mamma ’e cuntentu?
Si de s’istadu miu d’úmili assentu
biu torru in gratzia ’e tui
Vírgini eu sagru, innui
nomini tenis, fuedhu e grabbu e imbentu,
pentzus, coru e manera ’e susprexai.
Ghiamí in mellus bau,
ti sia’ aggradau si cámbiu in disiggiai.
Sa dí est benendi, no est attesu ’e s’oru:
su tempus curri’ e bola’,
Vírgini unica e sola,
cuscentzia o morti pungint giai su coru.
A fillu tuu incumandamí, chi est beru
ómini e beru Deu:
su spíritu meu réccia’ in paxi abberu.
mVis! 25 marzo 2006
LEOPARDI, G. Canti
Stimau sempr’appu cust’èrema sedha
e sa crisuri, chi una parti meda
de s’úrtimu fundali esclui’ a s’oghiada.
Ma sétziu innoi castiendi, istremenadus
logus in palas d’issa, e mudïori
adhia ’e s’umanu, e asséliu isfundoriau
mi figur’ eu in su pensu; abi aggiumai
su coru si ’nci ispanta’. E in ca su bentu
frusendi ascurtu in custas mattas, deu cudhu
mudïori fungudu a custa boxi
seu cumparendi: e’nci appillat s’eternu
e sa simana morta, e sa de oi
e biva e is sonus d’issa. Aicci in tottu
custu immensu su pensu miu s’imbergit:
e a m’acciuvai m’est drucci in custu mari
mVis! 26 marzo 2006
A Silvia
Sílvia, ancora t’ammentas
de su tempus de vida tua mortali,
candu luxía’ ermosura
in s’ogu tuu fuidittu e risulanu,
e tui, allirga e in pensus, colàs s’oru
de su mellus beranu?
Sonànta is appusentus
in pásiu e is bias aggíriu,
a su cantu tuu arreu,
candu a is faínas de fémmina intenta
setzías, meda cuntenta
de su ’enidori appubau chi tenías,
fiat maju prenu ’e nuscus: e solías
passai sa dí diaicci.
Deu is déxidus studius
lassendi abborta e is cartas suoradas,
’nnoi ’e su tempus miu mellus
e de mei fia spaccendi is giorronadas,
meïn is lollas de sa domu ’e babbu
porría s’origa a sa boxi ’e maïsta
e a sa manu prista
chi maniggiàt su traballu ’e sa tela.
Castiau su celu asseliu,
is bias doràs e is ortus,
e innia su mari attesu, e innoi su monti,
lingua umana no narat
su chi tenía intragnau.
Itta ternura ’e pensus
itta isperus, ’ta corus, Silvia mia,
cali insàs si paria’
su fadu ’e vida umana!
Candu m’ammentu ’e tottu custa ispera
unu dolu m’accera
ásperu e scossoladu,
e mi ’nci torra’ a doli in disaüra.
O natura, o natura,
pritte no torras pusti
su chi tandu as promittiu? Pritte a is fillus
trampera ses e fusti?
Tui innanti chi arridessit s’ierru is erbas,
cumbáttia e binta de mali cungiau,
morías, tiernu carignu. E no bidías
su frori ’e is annus tuus,
coru no t’ammodhianta
allabus druccis ’mmoi de is pilus niedhus,
’mmoi de s’oghiada amorosa e lunatza
ne is cumpángias cun tui a festa in pratza
de amori rexonanta.
Fintz’est morta imbenienti
s’isperántzia mia drucci: ancu proibia’
a is annus mius s’ustinu
giovinesa. Cummenti,
ahi, ti ’nci ses fuía,
cumpángia cara de s’edadi nova,
lastimada mia ispera!
Est custu cudhu mundu?
Custu est s’appentu, e amori, obras e mentis
chi tantu ’nci ’ndi aiaus fuedhaus impari?
Custa est sa sorti de is umanas gentis?
A ’nci imbenni su beru
tui, mísera, ses rutta: e a mimi resu
cun sa manu sa morti e fria una losa
indittasta diattesu.
mVis! Castedhu, su 29 de marzu 2006
Giaime Leopardi, bortadu in sardu dae mVirdis, in Castedhu, su 29 de marzu 2006.
Su pensu appoderauArtissimu, potenti
Donnu miu e meri
De su fundu ’e mia menti
Spantosu ma ancu caru
Donu ’e celu, cumpángiu
A is dis d’annuggiu miu
Pensu chi ananti ’e mei torras suppríu
De natura tua arcana
Chini no fuedhat? Sa possa tua intr’ ’e nosu
Chini no a intesu? Dognorta
Ch’a narai is effettus suus
Linguas umanas su sentidu spronat
Cosa noa pari’ su ch’issu arrexonat.
Cumenti assola est fatta
sa menti mia de innanti
de chi tui innoi rexinau ti ses tanti!
Luegus, aggiriu aggiriu che issu lampu
dogna attru pensu, resu,
si ’nc’est sparéssiu. E tui cumment’ ’e turri
remitana in su campu,
t’istas, giganti, assolau in’issa in mesu.
A itta sun torràs, francu tui scétti,
tottu is cosas terrenas,
sa vida tottu canta, a parri miu!
itta s’arroscimentu
fainas e isfainus,
e de prexeri vanu vana ispera,
facci ’e custu cuntentu * affacci ’e custu gosu, ** si a custu gosu appentu
chi ’e celu beni’ e in tui scétti si scera’! gosu ’e celu chi scétti in tui si scera’!
Cummenti ’e is perdas nudas
de s’asprili ’e Appenninu
furriat s’ogu inganau a campu birdi
chi de attesu dh’arriat su pellegrinu;
eu puru ’e su chistionu
de is violeras mundnaas, cun disiggiu
casi in bellu giardinu, a tui ’nci torru
e giudu m’est chi is sentidus ti porru. si stallu ti porru
Casi no fai’ a crei
chi vida trista in custu mundu tontu
chen’ ’e tui, ’e meda giai,
potziu appa supportai;
cumprendi mali potzu
cummenti s’attra genti
cosa disiggit a tui no serenti.
Mai de candu app’intesu
chi custa vida in proa scétti es donada,
spantu de morti inintru s’est arréssiu.
Oi mi ’ndi parit giogu
su chi su mundu néssiu,
a bortas allabendi, sempri trema’,
che sa marolla estrema.
Si périgulu iscampiat, scaringendi
abarru is ammeletzas suas castiendi.
Sempri appu tentu a sprexu
is vilis chene coru,
almas mischinas. ’Moi pungi’ ogn’ attu indinnu
luegu is sentidus mius;
ogna esempiu ’e vilesa
de disdeni mi fai’ in s’ánima sinnu.
De su tempus braghéri,
custu chi ’e isperas s’addescat de nudha
e ciacciarrendi sa virtudi annudha’;
chi profettu est pedendi,
e chi duncas ’nci agattat
sa vida sempri prus baratta a bendi;
prus mannu m’intendu. A iscarnu
portu is giudítzius umanus; e ’e chini
est metzanu e tontu
e isprexa’ a tui, eu no ’ndi fatzu contu.
A su chi movis tui
cal’affettu no indullit?
Antzis cal’attru affettu,
si no issu scétti, abarra’ e no scabullit?
Asurímini, braga, ódiu, disdennu,
incuru ’e onori o ’e rennu
itt’attru chi non ganas
sunt facc’ ’e issu? Scétt’ unu est s’affettu
chi bivi’ immesu ’e nosu: e cust’unu,
che meri appoderau,
sa lei eterna a coru umanu at dau.
Vida no tenit préxiu nen rexoni
si non pro issu, chi est tottu po is mortalis;
issu chi iscundi’ is fadus,
chi nos ant postu in terra
po grandu pena chen’attrus cabbalis;
po issu scétti abbortas,
a genti ’e giudu e de coru non vili
sa morti de sa vida est prus gentili.
Po bodhî is gosus tuus, o drucci pensu,
tantis ant tribulau
e a ’nci ai supportau
med’annus custa vida no fu’ indinnu;
e ’nc’ ia a torrai ancora,
cumenti ’e is mali nostrus seu sappíu,
bia ’e tali sinnu a cumentzai sa bia;
ch’ intr’ ’e s’arena e mússius de tzerpía
mai fintza a immoi cantzau
a tui ’ndi seu beníu
mein éremus passendi, goi chi is penas
non paressint, a binci, bonas venas.
’Ta mundu mai, ’ta novu
istrémenu, ’ta paradisu est cudhu
innoi s’accisu tuu spantosu a físciu
parit chi m’artzi’! aund’eu,
sutt’attra luxi andendi chi no sempri
s’istadu miu terrenu
e tottu su chi est beru a orvidu leu!
Tali sunt, creu, is bisus
de is immortalis! Ahi, minci, unu bisu
chi in issu si ’nci fait bellu su beru
ses tui, pensu, diaderu;
bisu e ládina farta. Ma de natura,
tra is fadhinas prus bellas,
divina ses; ca aicci est biva e forti,
chi in facci de su beru atzudu dura’,
e a su beru s’acconciat,
imbergendisi scétti in coa ’e sa morti.
E tui, abberu, o pensu miu, tui scétti
vida de is dis mias tottu,
amadu axu de medas penas beras,
cun mei t’as a studai scétti po morti,
ca intr’ ’e s’ánima intendu a sinnu ’e sorti
chi sennori po sempri mi ses dau.
Attras bellas chimeras
solíat bisura ’e beru
indebbiliri. E candu prus a cussa
a biri seu torrau
po chini arraxonendi con tui bivu,
crescit su spédhiu mannu,
crescit cussu dillíriu, e alenu abbíat.
Angelica bellesa!
dogna cara, si cástiu innoisisíat,
mi parit, despintada,
strocci sa cara tua. Tui mitza sola
de ogn’attra gentilesa
mi parit sias, e s’unica bellesa.
De chi t’appu biu innanti,
de cali importu sériu s’urtimu oggettu
no ses stéttia? cantu ’e sa dì est colau
chene pensai a tui? a is bisus mius
sa mágini tua ’e giudu
cantas bortas mancát? Bella che bisu
angelica bisura,
in s’umana fattura,
me’ is attras bias de s’universu intreu,
cali s’isperu meu
attru chi bî su spantu ’e is ogus tuus?
attru prus drucci ’e su pensu tuu arreu?
mVis! Castedhu, s’8 de aberili 2006.
A sei e tottu
’Moi sempri as a pasiai,
coru fadiau. Cumpría est sa trampa estrema
ch’eterna mi creía. Cumpría. Dh’intendu,
in nosu ’e ogni chimera,
no nau s’isperu, su dísiggiu est mortu.
Pásia po sempri. Meda
ti ses pistau. Cosa nisciuna balit
is módias tuas, ne de susprexu est dinna
sa terra. Arroscimentu
nudh’attru est mai sa vida; e tottu est ludu.
T’asséria, e disipera
s’urtima borta. A is óminis at giau
scétti a morri s’ustinu. Ormai a tui sprexat
sa natura, sa mala
possa cuada ch’a dannu ’e tottus trassat,
e s’istrémenu vanu ’e tottu cosa.
mVis! Castedhu, s’8 de aberili 2006.
MONTALIANA
Ammeriai in meledu isciortupróbiu unu muru scallentau d’ortu
ascurtai mein s’orrù e me’ is scrarías
tzoccu ’e meurras, frúsiu ’e tzrepías.
Me’ is crebadas ’e sa terra e in sa faiccedha
sminciai arrúbias is rias de frommigas
ch’immoi si segant e immoi si trobedhant
me’ is cuccuredhus pitticcus de is bigas.
E pramizai diattesu intra de is mattas
su mari assuppendi in iscattas
mentris si pesant tzirrícchius tremuaus
de cixa ’e is cuccurus scuccaus.
E in s’alluinu ’e su soli chi scalla’
attuai cun trista meravilla
comment’esti sa vida su traballu
de andai arreu ororu ’e una muralla
spraxa in pitzu de bícculus d’ampulla.
(da E. Montale, Ossi di seppia)
No si circhis su fuedhu chi a nos cuadri’ a ogna ladu
s’anima chen’ ’e forma, e in litteras de fogu
dha dislindit e luxat che unu grògu
in su pruinu pérdiu de unu pradu.
Ah s’ómini chi ’nci andat seguru,
a is attrus e a iss’e tottu amigu,
e no s’incura’ ’e s’umbra chi sa cama
dh’imprenta’ assua ’e unu spilloncau de muru. malacconciu
No si dimandis sa régula po ti ’nci oberri mundus,
ei, carchi síllaba trotta e sicca che un’arrampu.
Custu scétt’oi podeus nai nettu e tundu,
su chi no seus e no boleus nemmancu.
(da E. Montale, Ossi di seppia)
VASCA Passò sul tremulo vetro un riso di belladonna fiorita, di tra le rame urgevano le nuvole, dal fondo ne riassommava la vista fioccosa e sbiadita.Alcuno di noi tirò un ciottolo che ruppe la tesa lucente: le molli parvenze s'infransero. Ma ecco, c'è altro che striscia a fior della spera rifatta liscia:di erompere non ha virtù,vuol vivere e non sa come; se lo guardi si stacca, torna in giù: è nato e morto, e non ha avuto un nome.
vascaPassau fia’ in s’imbirdi tremuendi
arrisu ’e belladonna froría,
intr’ ’e sa rama ’nci apprettánt is nuis,
dae fundu a pillu ’nd’artziàt
sa mágini a froccus, sbioría.
Iat tirau carchiunu ’e nos códula
seghendi sa tella luxendi:
sa modhi figura fia’ a arrogus.
Ma dhu’ at attru a stríscinu, accodhu,
in s’isprigu lisciu torra, che appodhu:
no tenit sa possa ’e ruppì;
si dhu cástias si staccat, torra’ abásciu
ca ’oit bivi e cummenti no sci’:
no at tentu nomî, est mortu mancu násciu.
E. Montale da Ossi di seppia; trad. mVis!, Castedhu su 13 de aberili 2006.
DANTE
Tanto gentil e tanto onesta pare
la donna mia quand'ella altrui saluta,
ch'ogne lingua deven tremando muta,
e li occhi no l'ardiscon di guardare.
Ella si va, sentendosi laudare,
benignamente d'umiltà vestuta;
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare.
Mostrasi si' piacente a chi la mira,
che da' per li occhi una dolcezza al core,
che 'ntender non la puo' chi no la prova;
e par che de la sua labbia si mova
uno spirito soave pien d'amore,
che va dicendo a l'anima: Sospira.
tantu gentiliTantu gentili e onesta è’ a s’avverai
sa donna mia cand’átteru saluda’
ch’ogni lingua tremendi torrat muda
e s’ogu no s’attrivi’ a dha castiai.
Issa si ’nci anda’ a s’intendi alabai
beninna ’estida d’umilesa in muda
e cosa bénnia parit, chene duda,
de celu innoi miraculu a ammostai.
Chini dha mira’ aicci si ’ndi prexa’
chi ’e is ogus recci’ in coru unu durciori
chi scî no podit chini no dhu proat,
e de is laus suus parit chi ’ndi moat
un’ispíritu léviu prenu ’e amori
chi andat narendi a s’ánima ‘susprexa!’.
mVis! Castedhu, su 23 de aberili 2006
Non vivo più morentemente, amore:
No bivu prus morindiminci, amori:
vivo tutta viva: vivo di te!
bivu deu seu bivendi: bivu ’e tui!
Amore, amore mio senza parola,
Amori, amori miu chen’ ’e fuedhu,
tutto è desolazione senza te!
Totu s’est eremadu chen’ ’e tui!
Amore immoto, amore senza fiato,
Amori tétiu, amori chen’alenu,
oh non lasciarmi orfana di te!
ohi no mi lessis òrfanu de tui!
Amore padre, amore oltre ogni amore,
Amori mama, adhia de dogn’amori,
io sono senza senso senza te!
chen’ ’e sentidu abarru chene ’e tui!
Unica verità della mia vita,
Unica beridadi ’e custa vida,
parola per parola fammi te!
pèraula po pèraula faimì a tui!
(Patrizia Valduga, dal Libro delle laudi, luglio 2004)
Traduzioni da Patrizia valduga, Lezione d’amore, Torino, Einaudi 2004.
Sa mirada mi succia, piga’ a gùtturu,
sa manu a caragolu chi mi serra’.
Minca, m’est alluppandu…
Ecate beni’ a pillu ’e suttederra
su sangu sùccia pérdiu mein su gùtturu…
mi serrat fintz’ ’a candu
che ind unu tzérriu ’e su corpus miu, agoas,
strinta in su corpus suu deu fatzu a proas.
Coru miu tontu, po un’attra borta ancora:
una cosa è’ a gosai, un’attra a amai!
Scotzinadí tottu cantu s’amori,
coru, coru no dhu fetzas torrai…
A custu pensamentu strangiu ’e nosu
chi no esistit in nosu
tzaraccu sias, no brullis,
ca esistis puitta bolis su chi ingullis.
Pietta ’e su tempus, deu, chemu callau
de tempus mai esistíu,
po tui unu pagu stuu cantu carriau
portu ’e doveri e déppidu infiníu,
annúggius, arregodus, melopeas,
tottu is tzérrius de pudhu de is bideas…
Portaminci cun tui, stingimi forti,
portam’attesu ’e tottu custa morti.
(a)khronos
((di-) a-)khronos

psicomatismi
(tempus & aliud a un’ipostasi)
E basta, shut up, ça suffit: e dai, per ora che ti ridici,
ch’è come se strapparsene di nuovo doppiamente
e non risulta dimensione esatta:
ed io? e allora?
sconverge ora cercarti che non torna
– né rime né brame né lume:
ci sei fra le trame stramate, perché sol mi ricordi
che solo ricordo e non sono più qui
per stare ancor lì, quant’ore sciupate: non sei.
E m’impiglio stentando; rivederci ci provo
a lume di viso agognato, figura
che oh sì non so come dire mi strugge
banale romantico:
surplus.
Che l’anima perfino vi pretendo, ma tant’è.
Non essere allora può essere meglio pur anche scontato,
affogare nel gelo tacendo e rimemorando. Pazienza.
E sì, pazienza ci vuole.
E di stucco.
Che pur lo sapevo, pensarci, che non può
se non che svanire, è il clichè:
ne resta sbiadito sedimento però,
di sentimento e scontento, già ma lasciamo andare,
magari come in vasca montaliana –
infatti che sai dirmi di nuovo? manco un cenno,
o un grumo di semantica o ermeneutica, un appiglio…
che ti facesse almeno un po’ semiotica di vita,
metafora, che so … –
e allora il tacere piuttosto:
d’arguzia indurirsi ad accedere a un mancato battesimo
cercandovi lo stampo del tuo nome, il fil d’una frase,
quella da dirti, sì, che sia al tuo nome il tuo nome, proprio quella:
già, è una parola: e certo soltanto una parola sarebbe salvatrice:
come noto.
E allora, sì, meglio quel vuoto entro cui lavorare,
in negativo e sviluppo.
Costanza discorde del plasmare l’abuso del previsto
– e come a un diario lo dico, vergogna... , ...ma ancora (?) –
per redimer l’intuizione
– primaria –
che ti salvi, e moi même, e sia pur presunzione, m’en fiche.
Che ti tragga dal brago, e anche me, della replica ennesima,
dal tic che ti perde e mi sperde e c’incomunica,
scomunica il da dirsi nel ridirsi.
Realizzare l’adynaton sarebbe, così,
e dunque soltanto scomputare – temendolo, ma certo ex post –
il comodo cullarsi nel non dirsi
vagheggiando di che star sulla soglia che divide;
come e però che l’ho già detto innanzi.
Infatti.
Infatti c’è tempo.
…il tempo? E certo ch’è il tempo: e va via come ovvio,
e sto qui come eterno sulle rughe che scavo
a me stesso perverso pur senza vederle,
sapendole piuttosto, sapendo che le oblitero, barroso,
se scorgo il riflesso che m’agita il viso.
E tu? Sì, volerti: tant’ovvio come il tempo
medesimo, che sei, sì tu, il tempo che mi segue:
e non m’insegue (il tempo fugge e un’ora non s’arresta, ben è vero:
ma no, era la vita: un’altra cosa, non il tempo!
e di quel che vien dietro a gran giornate, pertanto che ne so?
d’altronde me ne frego, e seddiovuole non sei tu),
perché tu sei davanti a me che mi precedi infatti,
se ti guardo: di fronte a me ti vedo che mi segui,
sì: che con me io ti conduco mia ventura
e simmetrica compagna d’un passato inesperito, ancora,
che il tempo si ripiega puntuale, rovesciandosi
nell’abisso azzardato del tuo sguardo,
mentre l’anima in te si finge vergine
perenne, sospesa al tenue filo d’incompiuta
tua parola che possa io colmare, à jamais,
con la sua eco, persistita:
perché nel tuo fuggire io riscatti, alle tue spalle,
l’ombra tua che si sfuma indefinita
ed in restituzione me la cucia a te;
paradosso eleatico rendendo
quel celere pallore innominabile che fa temer gli sciocchi
– io tartaruga tua: di te, che col rapido indugio del tuo passo,
il tempo mi divori e atteso doni.
Sì, ma star fermo di-a-cronico in tal immoto andare –
altrimenti è scontato, e d’antan: letteratura – che giova?
neppur te ne accorgi, mon âme: che pur se non fuggi, t’eludi:
farti sapere? Ma osta l’asimmetria d’orrido interstiziale
(il tempo appunto, ancora, o meglio la stagione)
che m’occulta: a te, e resta impercepito tutto questo,
mentre dovrei giocarlo appercezione,
esegesi, esercizio al travaglio che mi/ti (in)formi,
dire ‘bene così, anzi meglio!’, lasciandoti al tuo gioco, libertà,
hermenêia imprevista.
Per schivare il posticipo di ciò che vi precede
noioso e prevedibile lagnarsi. Solo così avrai un nome.
Per scaricar la vasca dalle some, allora,
d’esausto Novecento (dell’ottocento figlio).
D’un tale Novecento a obliterarsi:
di ciò ti faccio carico, mon âme, ongle de mon désir,
mia désirée incarnita.
Lo so che chiedo troppo e son narciso;
ma come allor non esserlo? e allora vivi tu
e dimmi, e gioca la padrona che saresti se sapessi.
E tienimi in iscacco la parola, confondi il mio sapere,
turba la dignità della mia mente, grida che non capisco
niente: io mi ribellerò, ma tu saresti. Ed io con te.
Ma mica per l’angoscia esistenziale, o per quant’altro,
giusto per la grammatica lo dico,
buttandola un po’ lì sul cognitivo, per provare a capire
né essere né tempo, o sainzuntod:
che frottole: tu fammi sol sapere quel che voglio:
che voglio solo esserci con te, dasain della mia vita.
Ma tu però, suscita il meccanismo testuale,
mettimelo di traverso fra i coglioni, fra i sentieri interrotti,
sì fra quei cippi sulla via dell’abisso;
e tienila soltanto un po’ socchiusa, per piacere, l’apertura dell’ente
non farci entrare l’aria da demente, solo il niente,
se no potrei pensar che son sfigato:
fattene un poco tu brava portiera,
e prova a conciliare questi estremi,
basta congiungerli col filo che saresti
se solo ti sfiorasse un nome che t’adorni. Dico ancora.
Dimmelo, che sono tutto in un bruscolo di testo,
di quello che ti scrivo, se leggessi. Dimmelo
che se la falce miete non m’importa, tanto mente,
e il tempo a me mi resta tutto quanto intero
coagulo per te del mio pensiero da donarti
filtrando nel setaccio fitto fitto
dei moduli mentali pervicaci
il succo ’aideggheriano circostante
circonciso per l’essere che fu:
che adesso, saltellando fra gli schemi e i concetti, ed ora saltellante fra piani di concetti
si prova, con plausibile sintassi,
a far metafora di te, se ci riesco: oppure falla tu,
che è meglio: te ne scongiuro, anima mia, bijou:
fallo per me.
Farlo da me è sforzo sovrumano, e sfida tuttavia.
Che mi dà un’occasione,
ma se lo fossi tu, io dico, sì proprio tu, la metafora che cerco,
e insomma la incarnassi, lo volessi…, la incarnissi ……
Però potresti dire, ed anche: ma perché? perché non me?
perché non io soltanto, quel che sono?
e lascia stare, è lungo e ci hai ragione,
infine, …… ma però credo che proprio, che l’estasi sia questa:
esperirla una metafora in esistere, non dirla,
né crearla, o ascoltarla:
under my skin averla invece: e avere te, che è meglio d’un lenzuolo
che svergogna le nostre nudità da garçonnière (s)coprendole.
Ma ti rifiuti che non sai giocare: e sì, bisogna crescere e saperlo;
oppure averlo in dono che è ancor più.
Dimmi; cioè, che sai? Mica lo sai. Pretendo tuttavia.
E non avendo, mi limito in trovate fanfarone,
magari pur sublimi, questo sì, talvolta almeno.
Per l’effigie di ciò che troverei se fossi l’essere,
tu, minuscolo, in spiccioli finanche:
ma l’essere che sei, quello che dico,
che me lo porto impresso inattingibile, e ce l’hai.
Sì, dentro di me. Soltanto.
Soltanto che non fa, manca qualcosa:
la fiction dice l’attimo. Ma no, non questo.
E manco il feeling, no. No, che non è questione.
Va un po’ a cercare, tu: credo sia conoscenza,
o meglio l’intuizione della casella vuota da riempire.
Quella mancante in me/te, come in amore,
appunto. Tu fatti quell’effigie immaginata.
Baràttati con essa, se sai dirti: interpreta, traduci.
E t’amerò soltanto in quel baratto
l’immagine lasciandola al voyeur.
Denudati dell’abito consunto:
circonda l’ineffabile lacuna
col porti qui, davanti a me, sul volto
la maschera sublime in cui mi sviso,
con cui potrai giocare a far l’attrice
che in grazia ed in sua verità va travestita
dell’esser tutto quel che io non sono; ti prego
che l’essere tu renda in un momento
quella finzione là dietro la siepe
che il guardo schiude all’ultimo orizzonte.
Baràttami, mio amor, col tuo sorriso
e che mi perda in un sogno di viso,
segno da te indiviso, mia ragione:
parola per parola fammi te,
tu, nome dell’autrice, proprio lei, la svergognata,
sublime ardire del corpo dello spirito, agognata.
Che l’essere non sta nella parola (o nel linguaggio)
ma sulla soglia angusta del suo farsi
corporale,
come fiamma d’avvio pentecostale
che ci marchia la carne fino al cuore sbugiardati.
E parlerò la lingua sconosciuta a me, quella tua propria,
dentro cui non stai,
che non la langue (né la parole) la volle,
e te la insegnerò, tu, carne del mio spirito mancante,
tu, spudorata, tu, femmina folle,
perché sia l’esser (tuo) quello che sei:
tu, dell’inutil vita unico fiore.
Tu, che non dici amor che non lo sai.
Ed io neppure.
mVis! 25 febbraio 2007.
Lai dell'ombra Oggetto-a.
Ti neghi sublime e nell’anima astrusa
derivo il sembiante che adombri
da poche parole, sottratto
e iterato.
M’ammalio, voragine al pozzo,
specchiato nell’omen che trai
dal santo in cui sei battezzata
in dovizia.
Disdetta, vertigine in pena proponi
purgando l’oggetto dall’-a di quell’acqua:
da qua intorbidata,
che ruba il tuo viso, sequestra l’immagine vera,
la divora,
barbaglio residuo, nell’ombra,
da qua della vera del pozzo:
senza fondo.
Cui do da inghiottire nel gorgo di là della vera Che inghiotte
la vera che t’orni del dono di te:
e non torni più vera,
tu.
Precipito dentro.
Attingere provo, e il supplizio
si torce, mi devia in scarse parole
incongrue; e divide, la soglia:
invera l’abisso in cui pesca l’incanto
che solo l’eco adduce, e vi s’annega.
Ti neghi: ed è il purgatorio
che nega l’inferno: il tuo dono.
Disdici, passaggio coatto,
e ti fai salvazione:
in penitenza m’imponi il racconto.
E oblitero muto la vasca –
già detta in poetico segno:
altro –
che il nome n’attingo e guadagno,
la pena scontando a dar conto:
montale d’indizio secondo, cortese.
Così che la vera del pozzo
s’inghiotte quell’-a, quell’oggetto,
mi rende il tuo viso, di grazia prezioso.
Ritorni tu vera,
e qua, da di là da quell’acqua,
riaffiora la vera alla vera:
nel simbolo in cui vi disposo,
midons.
mVis! 30 gennaio 2008
Dislocazione 
E ti stai. E dalla veste che inutile levo.
Ti stai, se indugio, s’esito, e tituba
l’esito che attingo in menzogna,
che l’attimo ruba che sogna,
immota.
Assenza serena che sfidi la turba, altera.
Lo sguardo che indaga. Che attesa che peni.
Che scruta e domanda. Dissimuli esperta.
Che sola presenza. L’implori ch’esigi a temere.
E solo segreto che nasce mistero: e presenza soltanto.
Protesti taciuta: ti bei sottintesa nel grido, levità che ti giungi.
Che grido silente ed ingiunto.
Intimi gesti che valgano intimi gesti mancati.
Sottraggo. Sommessa; che non sei. Che non sono.
Che sottrai: sottomessa indolenza:
scommessa che audace contratta: disdice.
E realizzo vedermi qual altro, subisco.
Che non hai le parole per dirlo detratta.
Ritraggo, ritengo in abisso: se dirmi.
Sorriso qual pianto a evitarti: dissentita. Che sfugge e detengo: implicato.
E tu. Sortilegio:
e il mancar(mi), tacendo: a evitarmi; ch’eludo ch’eludi.
Sussurri una lacrima allusa, che scettica spilli, dimessa.
Di poche parole. Perchè m’assomigli lo starmi.
Lo sguardo s’annulla: dedotta intenzione. E l’ormai che ti fai.
S’umilia a sapermi. A te ti defalchi ti dubiti e svii: che (tu, ti/mi) domandi.
Proiezione: riduce. Di te-me.
E senza più baricentro. Finito. Ellissi sfocata: asimmetrica ellisse.
E che d’un tic smarrito mi risolvo scrollando le spalle.
Sconcluso. Recrimini. Digrado che sfumo:
abbandono. La tua nudità. Svanisco.
Che al fin denudata. Senza fine. Che basta.
mVis! 6 febbraio 2008

Sestina circolare anomala caudata
Pensavo che tu fossi la mia pietra
filosofale per trovar la vita
che mi sfugge flottando in questo mare
d’un marasma, in cui navigo la notte
a vista: nel naufragio dell’amore
che m’è dolce narcisica nequizia.
Certo, perché quel poco d’avarizia,
quel po’ che basta, mi riduce in pietra
inane e secca: e certo che un amore
allora non v’alligna, né la vita
barbata vi s’apprende! perché è notte
il pensiero che poi io getto a mare.
Che ad amare, ricordo, che fu al mare,
che, al tremolar d’estate, la mestizia
mi prese d’un’assenza, ombra di notte,
fantasma a me scagliato come pietra –
non plasmata – e ferisce, che la vita
vi s’abbaglia. E si biforca amore.
Ovvio, perché non è cosa l’amore
da ritrovar sulla spiaggia del mare
come un ciottolo liso dalla vita,
perché, come un quesito di letizia,
il bivio d’Ercole t’addita. Pietra
che chi presume sol proietta in notte.
Mentre l’incerto giunge giorno e notte
e ne trattiene il nocciolo d’amore,
interdetto esitante, con la pietra
ancor in mano, per sfidare il mare
che di grazia soverchia, e a far primizia
l’ombra meschina chiamandola a vita.
Ed oggi ancor, le mani sulla vita,
io scruto l’orizzonte. Si fa notte
sul lido, ma intravedo che m’inizia
un beccheggiar di gioia che è un amore,
che mi spaura lieve in alto mare
astraendo il superfluo dalla pietra.
E sogno che l’inganno si fa pietra
di paragone e carne della vita,
intriso nella cosa che in un mare
corporale coagula la notte,
finché all’alba s’effigia nel mio amore
limpida l’ombra che sa trar perizia
dalla sua grazia a generar sapienza,
che cara e dolce sempre m’è.
mVis! Cagliari, giugno 2008
L’ultima menzogna(Everyman)
Certo va pure trovato quel fine,
lo dicono, e magari ci s’illude
che ce lo porti in mano la corrente
della vita, ed in vero la natura
dovrebbe riportarci al suo richiamo:
ma il fatto è pure che la vita sogna.
Va fatto tutto quello che bisogna,
è questo certo il punto alla fin fine.
Sì, ma è questione d’ordine, e il richiamo
è più d’uno, l’amore che m’illude
per esempio, ed il tempo a sua natura
si puntualizza in furia trascorrente.
Ora mi trovo qui con l’occorrente,
e pare che mi mettano alla gogna.
Com’è che penso – quasi si snatura –
ch’io tutto resti fermo, e tutto fine
fine si muova intorno a me, e m’illude
abbagliato alla luce d’un richiamo?
Come vedessi di sbieco nel richiamo
d’uno specchio il mio viso concorrente
che con faccia di suola disillude
a poco a poco pure la vergogna.
Ma è pure è giusto che vi metta fine.
Che vengo a dire? E dunque a mia natura
mi metto a raccontare la natura
di quello che è successo, e richiamo
una parola che mi paia fine
e sia bastante a imbrigliar la corrente
di tutto quanto questa storia agogna,
sospeso su di un filo in cui s’illude
tale peripezia: perché, chi illude
il bandolo, funzione, la natura:
che non si dica che solo una carogna
io sia? Ventriloquo frugo il richiamo
e l’istanza che dentro, ricorrente,
mi parla dalla soglia, sul confine
in cui è imminente il quid dell’amor fine,
aliena grazia che ordina e che illude,
come una scossa viva di corrente
elettrica, e riscuote la natura
d’un desiderio che mi fa richiamo
e dice «io (…?.)» nell’ultima menzogna.
m!Vis Cagliari, 1 luglio 2008.



In cau
da principiumIn my beginning is my end
I.
Mare notturno e chiaro plenilunio:
corre il mare un naviglio
e lo percuote, incerto – è il cuore –
che asseconda l’appello
notturno nel tremare.
Va, quasi sagoma di cartone,
irresoluto figlio del timore
cercando uno spiraglio
che del vero riporti all’amore.
Profilo d’un rêve d’antan,
incede prepotente
nell’acceso tramonto marino:
sul mare turchino profondo,
un grido secondo intercetta, disperso,
che paziente il suo verso ripete
a dannarsi appagato
d’eleggere il confino del mondo inusitato
domicilio.
mVis! 1966-2007
II.
Buio.
Grattaceli sagomati,
indistinte oscure illusioni:
orgoglio.
Alti,
gioia da giù
lassù in cima,
pianto di risa dall’alto.
Agghiaccianti striature;
solcano il buio sprazzi di luce:
orridi.
Piange di risa
chi da lassù guarda;
la sconnessione di due mani,
modulati accenni
degli stenti del cuore,
fra i capelli,
ebbre lacrime irridenti
il riso che non muore; e che si duole,
fra immensi puntini, accecanti, nell’occhio.
Ahi, chi ti vide, Signore!
mVis! 1965
iii.
España,
quante volte ti vedo,
ti conosco, ti saluto, ti amo,
ti presenti:
una giovane donna
morbida, ma pur vigorosa
che scioglie le chiome per la tua calura.
Ti guardo, sempre,
appena odo il tuo grido
impellente che mi sradica di qui,
mi porta trascinante rivolvendomi
arrantolato per la terra di polvere bianca.
España,
nel tuo sole di mezzogiorno
vedo portar alla bocca
borracce d’acqua
i contadini,
le mani alla fronte:
si tergono il sudore,
si tendono con gli occhi
schermati dalle dita tese
contro il bagliore che acceca
i campi;
odo nella tua quiete meridiana
propagarsi le campane
di Malaga, di Sevilla, di Madrid:
irrompono nell’aria stagnante,
arrestata,
come da un’antica maledizione,
per il cielo sospeso
di azzurro limpido;
ti grava sulle spalle;
no, non ti lascia respiro,
mi stronchi la vita.
España,
per i tuoi patii imbiancati
ci sono io,
mi vedrai cantare a te là
su quell’arena deserta
ove ancora risuonano
le grida dei folli,
ove giacciono i sogni
di tutti.
España, España, España,
potessi tu portarti qui da me,
ma sei immobile
nella tua calura,
nella tua grandezza fastosa,
nei tuoi canti, nei tuoi
ori rilucenti.
España, España, España,
la mia voce ti giunga,
ma non odi il mio strazio.
España, potessi io
portarmi da te!
Oh, España,
quante grida per le tue piazze chiassose:
c’è pure la mia, se ascolti.
(En la moza soledad de mi Caller, 1966).



