domenica 7 novembre 2010

Sestine

Sestina circolare anomala caudata

Pensavo che tu fossi la mia pietra

filosofale per trovar la vita

che mi sfugge flottando in questo mare

d’un marasma, in cui navigo la notte

a vista: nel naufragio dell’amore

che m’è dolce narcisica nequizia.

Certo, perché quel poco d’avarizia,

quel po’ che basta, mi riduce in pietra

inane e secca: e certo che un amore

allora non v’alligna, né la vita

barbata vi s’apprende! perché è notte

il pensiero che poi io getto a mare.

Che ad amare, ricordo, che fu al mare,

che, al tremolar d’estate, la mestizia

mi prese d’un’assenza, ombra di notte,

fantasma a me scagliato come pietra –

non plasmata – e ferisce, che la vita

vi s’abbaglia. E si biforca amore.

Ovvio, perché non è cosa l’amore

da ritrovar sulla spiaggia del mare

come un ciottolo liso dalla vita,

perché, come un quesito di letizia,

il bivio d’Ercole t’addita. Pietra

che chi presume sol proietta in notte.

Mentre l’incerto giunge giorno e notte

e ne trattiene il nocciolo d’amore,

interdetto esitante, con la pietra

ancor in mano, per sfidare il mare

che di grazia soverchia, e a far primizia

l’ombra meschina chiamandola a vita.

Ed oggi ancor, le mani sulla vita,

io scruto l’orizzonte. Si fa notte

sul lido, ma intravedo che m’inizia

un beccheggiar di gioia che è un amore,

che mi spaura lieve in alto mare

astraendo il superfluo dalla pietra.

E sogno che l’inganno si fa pietra

di paragone e carne della vita,

intriso nella cosa che in un mare

corporale coagula la notte,

finché all’alba s’effigia nel mio amore

limpida l’ombra che sa trar perizia

dalla sua grazia a generar sapienza,

che cara e dolce sempre m’è.

mVis! Cagliari, giugno 2008


L’ultima menzogna

(Everyman)

Certo va pure trovato quel fine,

lo dicono, e magari ci s’illude

che ce lo porti in mano la corrente

della vita, ed in vero la natura

dovrebbe riportarci al suo richiamo:

ma il fatto è pure che la vita sogna.

Va fatto tutto quello che bisogna,

è questo certo il punto alla fin fine.

Sì, ma è questione d’ordine, e il richiamo

è più d’uno, l’amore che m’illude

per esempio, ed il tempo a sua natura

si puntualizza in furia trascorrente.

Ora mi trovo qui con l’occorrente,

e pare che mi mettano alla gogna.

Com’è che penso – quasi si snatura –

ch’io tutto resti fermo, e tutto fine

fine si muova intorno a me, e m’illude

abbagliato alla luce d’un richiamo?

Come vedessi di sbieco nel richiamo

d’uno specchio il mio viso concorrente

che con faccia di suola disillude

a poco a poco pure la vergogna.

Ma è pure è giusto che vi metta fine.

Che vengo a dire? E dunque a mia natura

mi metto a raccontare la natura

di quello che è successo, e richiamo

una parola che mi paia fine

e sia bastante a imbrigliar la corrente

di tutto quanto questa storia agogna,

sospeso su di un filo in cui s’illude

tale peripezia: perché, chi illude

il bandolo, funzione, la natura:

che non si dica che solo una carogna

io sia? Ventriloquo frugo il richiamo

e l’istanza che dentro, ricorrente,

mi parla dalla soglia, sul confine

in cui è imminente il quid dell’amor fine,

aliena grazia che ordina e che illude,

come una scossa viva di corrente

elettrica, e riscuote la natura

d’un desiderio che mi fa richiamo

e dice «io (…?.)» nell’ultima menzogna.

m!Vis Cagliari, 1 luglio 2008.

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