Sestina circolare anomala caudata
Pensavo che tu fossi la mia pietra
filosofale per trovar la vita
che mi sfugge flottando in questo mare
d’un marasma, in cui navigo la notte
a vista: nel naufragio dell’amore
che m’è dolce narcisica nequizia.
Certo, perché quel poco d’avarizia,
quel po’ che basta, mi riduce in pietra
inane e secca: e certo che un amore
allora non v’alligna, né la vita
barbata vi s’apprende! perché è notte
il pensiero che poi io getto a mare.
Che ad amare, ricordo, che fu al mare,
che, al tremolar d’estate, la mestizia
mi prese d’un’assenza, ombra di notte,
fantasma a me scagliato come pietra –
non plasmata – e ferisce, che la vita
vi s’abbaglia. E si biforca amore.
Ovvio, perché non è cosa l’amore
da ritrovar sulla spiaggia del mare
come un ciottolo liso dalla vita,
perché, come un quesito di letizia,
il bivio d’Ercole t’addita. Pietra
che chi presume sol proietta in notte.
Mentre l’incerto giunge giorno e notte
e ne trattiene il nocciolo d’amore,
interdetto esitante, con la pietra
ancor in mano, per sfidare il mare
che di grazia soverchia, e a far primizia
l’ombra meschina chiamandola a vita.
Ed oggi ancor, le mani sulla vita,
io scruto l’orizzonte. Si fa notte
sul lido, ma intravedo che m’inizia
un beccheggiar di gioia che è un amore,
che mi spaura lieve in alto mare
astraendo il superfluo dalla pietra.
E sogno che l’inganno si fa pietra
di paragone e carne della vita,
intriso nella cosa che in un mare
corporale coagula la notte,
finché all’alba s’effigia nel mio amore
limpida l’ombra che sa trar perizia
dalla sua grazia a generar sapienza,
che cara e dolce sempre m’è.
mVis! Cagliari, giugno 2008
L’ultima menzogna
(Everyman)
Certo va pure trovato quel fine,
lo dicono, e magari ci s’illude
che ce lo porti in mano la corrente
della vita, ed in vero la natura
dovrebbe riportarci al suo richiamo:
ma il fatto è pure che la vita sogna.
Va fatto tutto quello che bisogna,
è questo certo il punto alla fin fine.
Sì, ma è questione d’ordine, e il richiamo
è più d’uno, l’amore che m’illude
per esempio, ed il tempo a sua natura
si puntualizza in furia trascorrente.
Ora mi trovo qui con l’occorrente,
e pare che mi mettano alla gogna.
Com’è che penso – quasi si snatura –
ch’io tutto resti fermo, e tutto fine
fine si muova intorno a me, e m’illude
abbagliato alla luce d’un richiamo?
Come vedessi di sbieco nel richiamo
d’uno specchio il mio viso concorrente
che con faccia di suola disillude
a poco a poco pure la vergogna.
Ma è pure è giusto che vi metta fine.
Che vengo a dire? E dunque a mia natura
mi metto a raccontare la natura
di quello che è successo, e richiamo
una parola che mi paia fine
e sia bastante a imbrigliar la corrente
di tutto quanto questa storia agogna,
sospeso su di un filo in cui s’illude
tale peripezia: perché, chi illude
il bandolo, funzione, la natura:
che non si dica che solo una carogna
io sia? Ventriloquo frugo il richiamo
e l’istanza che dentro, ricorrente,
mi parla dalla soglia, sul confine
in cui è imminente il quid dell’amor fine,
aliena grazia che ordina e che illude,
come una scossa viva di corrente
elettrica, e riscuote la natura
d’un desiderio che mi fa richiamo
e dice «io (…?.)» nell’ultima menzogna.
m!Vis Cagliari, 1 luglio 2008.
0 commenti:
Posta un commento